London, England, UK, 21 February 2023 - Kumihimo exhibition at Japan House London
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Introduzione 

Nel film d’animazione “Your Name” (君の名は. Kimi no na wa., lett. “Il tuo nome.”) di Makoto Shinkai, uscito qui in Italia nel 2017, la protagonista tiene raccolti i capelli non con un semplice elastico o nastro, ma bensì con un lungo “cordoncino” intrecciato che si è realizzato lei stessa; quel “cordoncino” si chiama “Kumihimo” (組み紐 dal verbo kumu-intrecciare e il nome himo-corda). 

In realtà, vedendolo in sé per sé un manufatto, a causa della sua piccola e poco appariscente presenza, nessuno penserebbe che dietro ad esso si celi una storia millenaria e soprattutto che si possa adoperare nei più svariati modi. 

Ma andiamo con ordine, qui vi illustro un breve accenno, per poi approfondire nei rispettivi paragrafi seguenti. 

Con il termine “Kumihimo” si definiscono sia l’oggetto, sia la tecnica di intreccio, nomi più specifici si riferiscono al tipo di “disegno” o la destinazione d’uso della corda. 

La tecnica della lavorazione del kumihimo risale a 1300 anni fa, con usi diversi a seconda delle epoche; si avvale di diversi tipi di telai, sulla base di che cosa si vuole realizzare; i materiali da impiegare, cioè i fili, possono essere di qualsiasi tipo, ovviamente il materiale più pregiato usato era la seta, in epoca moderna si è diffusa la fibra sintetica, rendendo “economico” il prodotto finale.

Utilizzo 

Come ho scritto, in Giappone (e nel resto del mondo) si usa nei modi più svariati; costituisce un tradizionale accessorio di completamento del kimono, è stato utilizzato per cerimonie religiose e ornamento sui carri delle feste, è stato impiegato anche sui contenitori della cerimonia del tè in un modo “originale”: in tempi passati era infatti usanza creare un’annodatura elaborata (musubi) per confezionare i recipienti, questo per evitare che il tè venisse avvelenato, poiché più il nodo era complesso, più era difficile riprodurlo. 

Sempre qui costituisce nastri per specchi, ventagli e inro; era parte integrante delle armature dei samurai, finimenti per i loro destrieri e persino sull’impugnatura della spada (di cui, come per l’uso sui kimono, demando l’approfondimento nella sezione “Storia”). 

In tempi più recenti, si usa il kumihimo per attaccare i telefoni cellulari alle cinture, alle borse, in partica è un oggetto indispensabile e decorativo. 

Nel resto del mondo, Italia compresa, si è sviluppato di più come modo alternativo e pratico per crearsi gioielli (bracciali, collane) handmade: sul web si trovano migliaia di tutorial atti a questo scopo, così come si trovano anche varie “rivisitazioni”. 

Storia 

Proprio perché trattasi di un’arte millenaria, nonostante si sia rivelato un oggetto “indispensabile”, di esso si conosce ben poco, persino nello stesso Giappone. 

Questo è dovuto al fatto che per lungo tempo è stato considerato sì un’arte tradizionale come la cerimonia del tè o l’ikebana (composizione floreale), ma anche la minima parte di una più ampia tradizione tessile, inoltre per lungo tempo (solo 400 anni fa esordirono pubblicazioni in materia) la conoscenza della realizzazione di esso si preferiva tramandarla oralmente all’interno della famiglia o delle gilde, per mantenerla segreta, un’abitudine che persiste tuttora in certe scuole. 

Anticamente sappiamo che la realizzazione di corde fu importata dalla Cina attraverso il buddhismo, ma il periodo di pieno sviluppo di quest’arte iniziò nel periodo Nara (645-784) dove sui kumihimo si utilizzavano colori rituali e specifici (lillà, magenta, blu, verde, oro e un arancione importato appositamente dalla Cina), insieme definiti “colori Shoso-in“, venivano fabbricate delle “cinture per donne” allo scopo di allontanare i fantasmi maligni e proteggere dalla sfortuna. 

Durante il periodo Heian (784-1184), quando il buddhismo divenne la religione dominante, la produzione ebbe un eccezionale incremento: corde di straordinaria bellezza e varie dimensioni adornavano i templi e gli stessi monaci le realizzavano in quanto ne consideravano l’esecuzione una forma di meditazione, inoltre molte di queste hanno resistito nel tempo, nascoste in statue. 

Un kumihimo risalente a questo periodo è stato rinvenuto a Sadai-ji, uno dei sette grandi templi di Nara, altri si possono trovare a Shosuin, Horyuji e Mitake; anche l’origine della cintura “Hirao” risale a quest’epoca, è questa fondamentalmente basata su una tecnica di intreccio cinese, realizzata su di un telaio particolare (il “karakumidai”, vedi approfondimento nel paragrafo “Telai”) ed è “nobile”: eccezionalmente larga (15/25 cm) e lunga (250 cm) era un privilegio indossarla riservato solo ai Reali (Imperatore, Imperatrice e Principe Ereditario) e i 3 più alti ranghi della nobiltà (ancora oggi queste cinture non possono essere mostrate in foto, si può solo visionare alcuni modelli selezionati).

Durante il periodo Kamakura (1185-1333) e quello Muromachi (1333-1573), quando la classe dei Samurai divenne influente, le corde kumihimo iniziarono a venire impiegate sulle armature, per tenere unite le piastre di ferro (kosaineta) e il corredo del guerriero (elsa della spada e finimenti, nonché armatura del destriero): in particolare mentre il kumihimo per l’armatura, chiamato “odoshi-itoe lungo circa 250-300 cm, era di un unico colore, le parti finali, ovvero nappe cotte al vapore per dare una finitura liscia in un procedimento chiamato “yunoshi”, in più quello della spada, chiamasi “sageo”, presentavano più estro creativo, erano decorati infatti con il motivo “kikko(tartaruga)-simbolo di lunga vita; un altro aneddoto riguardo a questo impiego militare fu che per rendere il kumihimo resistente e a prova di lama affilata, veniva immerso in acqua ghiacciata per 24h.

Il periodo Monoyama (1573-1614) si può considerare l’inizio dell’uso attuale del kumihimo, ovvero come “obijime” sui kimono: in questo momento infatti venne introdotto l’uso dell’”obi”, la fascia larga caratteristica, l’obijime è il cordoncino stretto e sottile che tiene in posizione l’obi. 

Favorito da questo uso il centro di produzione maggiore divenne Edo (l’antico nome della capitale Tokyo) e qui, verso la fine del periodo Edo (1616-1867) venne sviluppato il “takadai” (高台  anche chiamato kōdai), il telaio per eccellenza (vedi approfondimento) nella sua forma attuale; qui furono inoltre pubblicati i primi libri di modelli di intrecci, divenuti ormai il repertorio standard dei modelli tradizionali. 

Al tempo del periodo Meiji (1867-1912), con la “modernità imperante” la produzione secondo i criteri tradizionali subì una battuta d’arresto perché furono inventate macchine semi-automatizzate per realizzare i kumihimo e si cominciò a lavorare con fili di natura sintetica. 

Per merito di queste invenzioni oggi il 95% degli obijime prodotti sono fatti a macchina, tuttavia le scuole detengono il mercato di obijime esclusivi, quindi costosi, realizzati ancora a mano. 

Queste scuole specializzate hanno una lunga tradizione e attraggono ancora studenti, la concorrenza tra le poche rimaste è forte e ognuna custodisce gelosamente i propri modelli e tecniche. 

Per il kumihimo la più conosciuta di queste è la Domyo School di Tokyo, che per un certo periodo ha ospitato come “sensei” (maestro/istruttore) un “tesoro nazionale vivente”. 

Il kumihimo è stato introdotto nel mondo occidentale nel 20° sec, inizialmente con difficoltà dato che le scuole con riluttanza accettavano studenti stranieri, tuttavia qualcuno ci riuscì e in particolare negli anni ‘70, qualcuna coraggiosa sensei donna cominciò a viaggiare in Europa e negli Stati Uniti per insegnare. 

Nella storia più recente si è assistito ad una rinascita dell’arte, nonché estensione in tutto il globo, grazie all’invenzione di Makiko Tada del disco e piastra di schiuma espansa. 

Così concludo la prima parte dell’articolo, nel prossimo appuntamento entreremo nei dettagli della strumentazione.

Info credits:
http://www.artisanart.biz/About_Kumihimo.html
http://www.englisch.kumihimo.de/html/history.html
https://www.hana-no-togi.eu/category/kumihimo/

Photo credits:
http://www.artisanart.biz/About_Kumihimo.html
http://www.englisch.kumihimo.de/html/history.html

https://www.animeclick.it/manga/18545/kimi-no-na-wa

Sisto Samantha

 

 

 

 

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