I racconti di Yuki,  Yokai,  Yujo Radio

Le mani fredde di Kitsune Racconto d’inverno tra neve, spiriti e memoria

Reading Time: 9 minutes

ambientato in Giappone, dicembre 1920.

「雪の包み」– “Il Furoshiki della Neve”

La maestra e il gelo

Dicembre 1920.
Il cielo sopra le montagne di Nikkō era di un grigio opaco, denso come carta di riso bagnata. La neve non scendeva: fluttuava, silenziosa, come se temesse di disturbare. Tutto intorno, boschi di cedro si piegavano sotto il peso dell’inverno, e il villaggio sembrava trattenere il respiro.
La nuova maestra arrivò con un treno lento e un baule chiaro, legato da un nastro rosso. I suoi stivali lasciavano impronte precise sul sentiero ghiacciato, ma nessuno si offrì di aiutarla. Un uomo con il volto segnato dalla brina indicò la strada verso la scuola con un cenno del capo, senza parlare.
L’edificio era piccolo, in legno scuro. Tre finestre. Una stufa a carbone. Un’aula sola, dove il tempo pareva essersi addormentato. Una sottile corrente d’aria passava sotto le porte scorrevoli, facendo tremare la carta dei fusuma come pelle d’oca. Fujiko, così si chiamava, non si lamentò. Accese la stufa, spolverò i banchi con un fazzoletto e si sedette in attesa.
Il giorno dopo, arrivarono i bambini. Undici in tutto. Silenziosi, composti, troppo fermi per la loro età. Alcuni abbassavano lo sguardo quando lei li chiamava per nome. Altri sbirciavano verso la montagna, ogni tanto. Uno aveva un amuleto legato alla cintura. Un altro si era fatto il segno delle volpi prima di entrare.
Fujiko si accorse dei sussurri tra le donne del paese, dei gesti nascosti, delle ciotole di riso lasciate davanti alle porte. Le dissero che era meglio non camminare sola dopo il tramonto.
— Le montagne d’inverno non hanno pietà — mormorò una vecchia con la bocca priva di denti. — E i kami non dimenticano.
Lei sorrise. Veniva da Tokyo. Le leggende non la toccavano.
Poi, una notte, sognò un bambino che la guardava da dietro un albero.
La neve cadeva fitta, ma lui era scalzo. E le sue mani, tese verso di lei, erano bianche. Troppo bianche.
Il giorno dopo, alla scuola, c’era un nuovo alunno.
Fermò lo sguardo su di lei e non disse nulla.

Il bambino senza ombra.

Quel mattino, la neve sembrava più leggera, quasi impalpabile. Cadeva in obliquo, portata da un vento che si insinuava tra le assi del pavimento e faceva frusciare la carta delle finestre come un respiro trattenuto.

Fujiko sistemava i pennelli sopra la cattedra quando lo vide.
Era già lì.
In piedi accanto al banco in fondo, dove nessuno si sedeva mai. Nessun passo sulla neve fuori, nessun rumore alla porta. Solo lui.

Indossava un kimono grigio, troppo grande per le sue spalle sottili. I piedi nudi poggiavano sul tatami come se non sentissero freddo. I capelli erano corti, disordinati, umidi di neve.
Teneva le mani nascoste nelle maniche.
E non aveva ombra.

— Come ti chiami? — chiese Fujiko, cercando di mantenere un tono fermo.

Il bambino non rispose. La guardava. Fisso. Gli occhi chiari, quasi lattiginosi, riflettevano la luce della neve, ma sembravano vuoti, come specchi senza fondo.

Nessuno degli altri bambini fece commenti. Nessuna risata. Nessuna domanda.
Solo silenzio.
Come se il nuovo arrivato fosse sempre stato lì.

Alla fine della lezione, Fujiko chiese:
— Qualcuno lo conosce? È un vostro vicino? Vive nel villaggio?

Uno dei piccoli scosse la testa lentamente.
Un altro fece il segno delle volpi con le dita.
Il più grande, Akira, si chinò sul banco e mormorò con la voce incrinata:
— Sensei… se lo chiama, lui viene. Anche se non c’è. Anche se non dovrebbe esserci.

Fujiko sentì un brivido risalirle la schiena, ma lo nascose dietro un sorriso forzato.
— Sciocchezze — disse. — Tutti i bambini sono i benvenuti qui.

Guardò verso il fondo della classe.
Il bambino non c’era più.

Sul tatami restava solo un alone d’umidità, e due impronte leggere, come foglie nella neve.

Le code tra i pini

Quella notte, Fujiko non riuscì a dormire.
Il vento scendeva dalle montagne come un lamento, piegando i rami dei pini fino a farli gemere. La stufa, ormai spenta, lasciava allo spazio un freddo che sembrava respirarle sul collo.

Quando finalmente si addormentò, il sogno la inghiottì senza preavviso.

La neve scendeva fitta, ma non cadeva: ruotava su se stessa, come se la attirasse una forza nascosta. Fujiko camminava scalza lungo un sentiero che non conosceva, eppure ogni passo le sembrava familiare, come se l’avesse percorso mille volte.
I pini formavano una galleria scura, e tra i tronchi filtravano bagliori bianchi, rapidi come code di volpe che sfuggono allo sguardo.

Il bambino era lì, a qualche metro di distanza.
Immobile.
Le braccia tese.
Le mani… quelle mani tagliate nel ghiaccio.

Lei le riconobbe.
Non perché le avesse viste prima, ma perché qualcosa nel petto si strinse, come un ago che buca una vecchia cicatrice.

Un’immagine si sovrappose al sogno:
un tatami macchiato di sangue,
un piccolo yukata piegato con cura,
e un riso amaro che lei non era riuscita a mandare giù.

La voce del bambino, nel sogno, non veniva dalla sua bocca.
Veniva dalla neve.
Dalla terra.
Dal ricordo.

«Sensei… vieni.»

Fujiko sentì il cuore batterle nelle tempie.
Fece un passo.
Ma la neve si aprì sotto di lei come acqua.

Cadde.

Cadde in un bianco assoluto, e nel vuoto vide una coda bianca, lunghissima, sfiorarle il volto come un soffio. Poi un’altra. E un’altra ancora.
Un turbine di code avvolse tutto, fino a spegnere il cielo.

Quando si svegliò, il respiro era corto. Il tatami era fradicio.
Proprio nel punto in cui, nel sogno, era caduta nella neve.

E sulle sue mani, tremanti, c’erano granelli veri di ghiaccio.

Fujiko si lavò il volto. Si disse che era solo il freddo.
Solo un sogno.
Solo un ricordo che non voleva più vedere.

Ma quando uscì dal suo alloggio per andare a scuola, si bloccò.

Nel cortile, sul candore perfetto della neve, c’erano piccole impronte.
Non andavano da nessuna parte.
Non venivano da nessuna parte.
Erano semplicemente… comparse.

E tutte puntavano verso la porta della scuola.

La madre smarrita

La notizia arrivò all’alba, urlata come una ferita aperta.

Una donna correva lungo il sentiero, il kimono disfatto, i capelli pieni di aghi di pino. Urlava il nome del figlio come se dovesse strapparlo alla notte stessa.
Il villaggio si svegliò di colpo, le porte scorrevoli sbattute con violenza, visi tirati, mani tremanti che stringevano amuleti e rosari shintō.

«È scomparso!»
«Portato via!»
«Lo hanno preso! I kami… le volpi…»

Le parole si accavallavano, taglienti, piene di paura e rabbia, come se ognuno volesse trovare un colpevole prima di capire cosa fosse davvero accaduto.

Fujiko si avvicinò per aiutare, ma appena mise piede nella folla, i sussurri si fecero più scuri.
«È arrivata lei e tutto è iniziato.»
«Le orme nella neve… non può essere una coincidenza.»
«Tokyo porta sfortuna.»
«Tokyo porta spiriti.»

La donna scomparsa la vide, e la sua disperazione diventò odio in un respiro.
Le puntò un dito contro, tremante.
«Da quando sei venuta tu, Sensei, il villaggio non dorme più! Prima uno, poi un altro… E adesso il mio bambino! Sei venuta a portarli via? Sei una di quelle… cose?»

Il grido squarciò l’aria gelida.
Fujiko non rispose. Il suo corpo bruciava di vergogna e incredulità, ma la voce non le usciva.
Gli abitanti la circondavano, gesti nervosi, occhi sbarrati. Le loro paure si nutrivano l’una dell’altra, si amplificavano, si deformavano.

Il vento soffiò tra le case, portando con sé odore di neve fresca e qualcosa di più sottile… come cenere umida.

Qualcuno sputò a terra.
Un altro fece il segno delle volpi rivolto verso di lei.

La stufa della scuola, ancora calda, fumava in lontananza: un filo di vapore solitario, quasi un richiamo.

Dentro l’aula, il bambino senza ombra era seduto al suo posto.
Disegnava.
La neve cadeva silenziosa, eppure lei sentiva un ronzio, come un insetto intrappolato in una scatola di legno.

Quando entrò, lui la guardò.
Il foglio sul suo banco mostrava un unico albero contorto, nero come inchiostro bruciato.
Sotto l’albero, una figura sottile: era lei.
Sopra, una coda bianca che sembrava crescere dal nulla.

Fujiko avvertì un nodo alla gola.
Chiese dove fossero gli altri bambini.

Il bambino alzò il foglio.
Sul margine inferiore, con una calligrafia minuscola, aveva scritto una sola parola:

「まいご」
Maigo.
Smarrito.

Fuori, le urla della madre continuavano, più lontane, più disperate.
Dentro, l’inverno sembrava trattenere il fiato.

E il bambino, con le sue mani nascoste, la osservava come se sapesse già cosa sarebbe successo dopo.

Il ghiaccio negli occhi

La neve le colpiva il viso come aghi, ma Fujiko continuava a correre. Non sentiva il gelo. Non sentiva il respiro.
Solo il sussurro dei pini, come se mille voci soffiassero segreti in una lingua che il cuore capiva, ma la mente rifiutava.
Le orme erano piccole, leggere, perfette.
Comparivano d’improvviso e sembravano svanire a pochi passi da lei, ma poi ricomparivano più avanti. Sempre più dentro. Sempre più in alto.
Un sentiero che nessuno aveva mai mostrato.
Un grido. Forse il suo. Forse quello della donna che l’aveva chiamata kitsune.
Oppure solo il vento.
Tra gli alberi, la luce mutava. Il bianco si faceva azzurro pallido, irreale. Le ombre si allungavano senza logica. Il tempo scivolava.
Fujiko inciampò, cadde sulle ginocchia. Le mani affondarono nella neve. Toccò qualcosa.
Freddo. Metallico.
Un piccolo geta di legno inciso con un fiore. Una pallina di stoffa cucita a mano. Una campanella legata a un filo rosso.
Oggetti da bambini.
Disposti come offerte.
Le lacrime le salivano senza chiedere il permesso.
E allora li vide.
Erano lì.
Nel silenzio irreale della radura ghiacciata, i bambini scomparsi la guardavano.
Non parlavano. Non sorridevano. Ma non c’era paura nei loro occhi. Né dolore. Solo quiete.
E in mezzo a loro, Yuki.
Era diverso, adesso. Più alto. I capelli leggeri come neve fresca. Il viso sottile. E quegli occhi chiari che sembravano racchiudere tutte le stagioni passate.
Le porse la mano.
Le sue dita erano fredde. Ma non facevano male.
Erano come l’acqua del ruscello d’infanzia, dove lei bambina si era immersa di nascosto in pieno inverno.
Le tornarono alla mente le mani bianche del neonato mai nato, la ciotolina di riso posata anni prima su un altare senza nome.
Un nome che ora le tornava alla gola.
Yuki.
“Vieni”, le dicevano i suoi occhi.
Non con voce, ma con memoria. Con verità.
E allora Fujiko comprese.
Non era rapimento.
Non era inganno.
Non era punizione.
Era rifugio.
Era ritorno.
Era casa per ciò che il mondo non vuole, non capisce, non protegge.
Una soglia per anime leggere.
Fu allora che la tensione si sciolse.
E, per la prima volta dopo anni, Fujiko sorrise.
La neve smise di cadere.
O forse stava semplicemente galleggiando, in attesa.

La soglia

Il sorriso le si sciolse sulle labbra come neve che tocca la pelle.
Fujiko sentì che non aveva più freddo. Non nelle mani, né nel cuore.
E Yuki era ancora lì, con la mano tesa. Aspettava. Ma non spingeva.
Dietro di lui, la radura sembrava respirare. Le fronde immobili. L’aria trasparente come acqua.
Poi, qualcosa si aprì.
Una fenditura tra le rocce, sottile come un taglio sulla pergamena.
Da lì, filtrava una luce che non era luce, né calda né fredda, eppure conosciuta.
Fujiko si mosse. Un passo.
Poi un altro.
La sua mano trovò quella di Yuki, e per un istante sentì la vita intera attraversarla:
un battito, un ricordo, il suono dimenticato del suo stesso nome sussurrato da una voce che non aveva mai udito.
Varcò la soglia.
Dall’altra parte, non c’era nulla che potesse descrivere con le parole degli uomini.
Nessuna costruzione. Nessun tempo.
Solo un bianco vivo come carta di riso illuminata dall’interno.
E bambini. Bambini ovunque.
Ridevano senza rumore.
Disegnavano nel ghiaccio con dita leggere.
Costruivano piccole figure con neve e fiori appassiti.
Ognuno aveva qualcosa: una ferita invisibile, un’assenza, un dolore lasciato indietro.
E lì, al centro di tutto, c’era lei.
La volpe bianca.
Non feroce, non ingannevole, ma antica e calma.
Aveva nove code, tutte raccolte come piume attorno a un corpo immobile.
Gli occhi erano chiusi. Ma sapeva.
E accettava.
Fujiko capì:
quella era la madre.
Non la madre che dà la vita, ma quella che la custodisce quando il mondo la rifiuta.
Ogni bambino lì era stato raccolto.
Nessuno era stato rubato.
Un calore profondo salì dal suolo.
E Fujiko si trovò seduta. Una ciotola fumante le era accanto.
Allungò le mani.
Il profumo era di riso e miso, e qualcosa di familiare, come i pasti d’inverno della sua infanzia, quelli cucinati da una madre che non aveva più un volto nei suoi ricordi.
La ciotola le tremava tra le dita.
Fujiko mangiò.
E nel farlo, rimase.

Nessuno sa il suo nome

Il villaggio non parlava più della maestra.
Non a voce alta, almeno.

Qualcuno giurava di averla vista una notte, con il kimono sbottonato e i capelli sciolti, camminare verso la montagna, senza voltarsi mai.
Altri dicevano che era fuggita a Tokyo, che non aveva sopportato la solitudine.
Le donne più anziane, invece, lasciavano ogni anno una ciotola di riso dolce sotto il torii del tempio abbandonato.
«Per chi non ha avuto un figlio,» mormoravano. «O per chi lo ha avuto e poi perso.»

La scuola rimase chiusa fino alla primavera.
Quando fu riaperta, nessuno osò occupare il banco in fondo.
Ogni tanto, in certe mattine troppo silenziose, le nuove maestre raccontavano di vedere piccole impronte sul tatami, come lasciate da piedi scalzi.
E un’ombra bianca, in piedi accanto alla lavagna, che svaniva appena si provava a fissarla.

Nessuno ricordava più il nome della maestra.
Ma vicino alla stufa, inciso con uno stilo arrugginito nel legno del banco, restava una frase:

「雪の手は冷たいが、心はあたたかい。」
“Le mani della neve sono fredde, ma il cuore è caldo.”

E i bambini più sensibili, quelli che non parlavano molto e che avevano perso qualcuno, sapevano sempre dove trovarla.
Nelle notti di dicembre.
Tra le volpi.
E tra le mani fredde che non fanno più paura.

「雪の包み」“Il Furoshiki della Neve”

雪は静かに
思い出を包む
Yuki wa shizuka ni
omoide wo tsutsumu
“La neve avvolge piano i ricordi.”
冬の道を
ひとり歩けば
心の傷も
白く消えるか
古い布に
過去を包んで
まだ見ぬ光を
そっと抱いた

Fuyu no michi wo
hitori arukeba
kokoro no kizu mo
shiroku kieru ka
Furui nuno ni
kako wo tsutsunde
mada minu hikari wo
sotto ida ita

Cammino sola
nel sentiero d’inverno,
chiedendomi se il gelo
possa velare il passato.
In un vecchio furoshiki
ho avvolto ciò che ero,
e stringo al petto una luce
che non conosco ancora.

Sono venuta fin qui per ricordare
雪の中で
(yuki no naka de)
ciò che ho perduto e ciò che resta vivo.
心はまだ
(kokoro wa mada)
Ogni nodo che faccio mi riporta a casa,
結び目には
(musubime ni wa)
la voce antica che non ho mai dimenticato.
影のように
近づく子ども
白い指先
雪の手のよう
名前もなく
息も静かで
まるで運命を
結ぶ糸だった

Kage no yō ni
chikazuku kodomo
shiroi yubisaki
yuki no te no yō
Namae mo naku
iki mo shizukade
marude unmei wo
musubu ito datta

Si avvicina come un’ombra,
il bambino dagli occhi chiari.
Le sue dita sono neve,
fredde e gentili.
Non ha nome né voce,
ma sento che un filo sottile
ci lega come un nodo di destino.
包みたいのは
(tsutsumitai no wa)
non il dolore, ma ciò che resta buono.
まだ温かい
(mada atatakai)
Ogni ricordo chiede di essere portato.
心の種
(kokoro no tane)
Nel furoshiki del tempo, io ti porto con me.
時の布に
(toki no nuno ni)
Se chiudo gli occhi
vedo il tempio gelato,
la statua della volpe,
e il bambino che mi guarda.
Forse ero io
quella che cercava riparo.
Forse l’inverno
non porta via i bambini…
li protegge.
白の扉
そっと開いて
雪の花が
時を止めた
守られたい
心の影を
抱きしめるように
道が続く

Shiro no tobira
sotto hiraite
yuki no hana ga
toki wo tometa
Mamora retai
kokoro no kage wo
dakishimeru yō ni
michi ga tsuzuku

La porta bianca si apre
come un respiro nella neve.
I fiori di ghiaccio sospendono il tempo.
Il sentiero continua
come un abbraccio
dato all’ombra che volevo salvare.
Nel furoshiki del cuore ho avvolto il tuo nome,
雪の声よ
(yuki no koe yo)
perché nulla vada perso nel gelo del mondo.
忘れないで
(wasurenaide)
Ogni nodo che sciolgo mi riporti a te,
古い布の
(furui nuno no)
e ogni filo che leggo diventa un nuovo inizio.
雪の手は冷たいけれど
心はあたたかい
Yuki no te wa tsumetai keredo
kokoro wa atatakai
“Le mani della neve sono fredde,
ma il cuore rimane caldo.”

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