NINJA — STORIA E MITO DEGLI SHINOBI
Storia, organizzazione, spionaggio, guerra, kunoichi e costruzione di una leggenda del Giappone
Pronunciare la parola «ninja» significa evocare una delle immagini più riconoscibili associate al Giappone: un uomo interamente vestito di nero, il volto quasi nascosto, una spada sulla schiena e piccole lame pronte a essere lanciate contro l’avversario. Si muove senza rumore, penetra in castelli apparentemente inaccessibili, conosce tecniche segrete e scompare prima che il nemico riesca a reagire. Cinema, romanzi, manga, anime e videogiochi hanno trasformato questa figura in un’icona mondiale.
Per lo storico, proprio questa notorietà costituisce il primo problema. Quasi ogni elemento del ninja contemporaneo possiede qualche relazione, diretta o remota, con la cultura giapponese; l’insieme che conosciamo oggi è però il risultato di una lunga stratificazione. Esperienze reali di spionaggio e infiltrazione, cronache militari, manuali compilati nel periodo Edo, racconti popolari, teatro, romanzo d’avventura e cultura di massa moderna si sono sovrapposti fino a produrre un personaggio che gli uomini del XVI secolo avrebbero probabilmente faticato a riconoscere.
Dietro la leggenda esistettero realmente individui incaricati di penetrare nel territorio nemico, raccogliere informazioni, osservare fortificazioni, provocare incendi, riconoscere il terreno, sorvegliare movimenti militari e svolgere altre operazioni clandestine. Le fonti giapponesi li indicano con diverse denominazioni, fra le quali Shinobi (scinòbi) – 忍び e Shinobi no mono (scinòbi no mono) – 忍びの者. La parola Ninja (nìngia) – 忍者, oggi universalmente conosciuta, utilizza gli stessi caratteri fondamentali ma appartiene soprattutto alla terminologia affermatasi in epoca moderna.
Ricostruire questa storia significa dunque percorrere la strada opposta rispetto alla leggenda: partire dai documenti, stabilire ciò che essi permettono realmente di affermare e soltanto dopo osservare come quelle figure furono trasformate dall’immaginario.
Prima dei ninja: la guerra segreta nel Giappone medievale
Lo spionaggio non nacque a Iga né con gli uomini che nei secoli successivi sarebbero stati ricordati come shinobi. Ricognizione, inganno, infiltrazione e raccolta delle informazioni appartengono alla storia della guerra da millenni. Nell’Asia orientale esisteva inoltre un prestigioso precedente teorico nell’Arte della guerra attribuita a Sunzi, conosciuta in Giappone e destinata a esercitare una lunga influenza sulla cultura strategica.
Occorre però resistere alla tentazione di trasformare qualsiasi personaggio antico che abbia utilizzato uno stratagemma in un «primo ninja». Alcune genealogie divulgative hanno spinto le origini del fenomeno molto indietro nel tempo, identificando retrospettivamente come ninja uomini che le fonti contemporanee non qualificano in questo modo.
Testimonianze più significative emergono nel Medioevo. Il Taiheiki (taiheichi) – 太平記, grande cronaca militare relativa ai conflitti del XIV secolo, utilizza il termine shinobi in relazione ad attività clandestine. La ricerca contemporanea considera testimonianze di questo genere fra le attestazioni che permettono di riconoscere già nel Trecento individui designati attraverso una terminologia specificamente collegata all’infiltrazione. Non dimostrano l’esistenza di un ordine ninja né di scuole organizzate secondo il modello della cultura popolare: attestano una funzione militare.
Tra XIV e XVI secolo le condizioni politiche resero queste competenze sempre più preziose. L’autorità dello shogunato Ashikaga si indebolì progressivamente e la guerra Ōnin, combattuta dal 1467 al 1477, contribuì ad accelerare la frammentazione politica che caratterizzò buona parte del Periodo Sengoku (sengòku) – 戦国時代, l’epoca degli «Stati combattenti».
I Daimyō (daimiò) – 大名, grandi signori territoriali, combattevano per castelli, strade, risorse, fedeltà e alleanze. Un esercito poteva essere numeroso e ben armato, ma ignorare la consistenza delle forze avversarie, la disposizione delle difese o la condizione delle provviste significava entrare in guerra quasi alla cieca. Conoscere un accesso secondario, individuare la posizione delle sentinelle, intercettare un movimento militare o capire se una guarnigione fosse vicina all’esaurimento poteva valere più di un assalto frontale.
È dentro questa realtà che dobbiamo collocare gli shinobi.
Iga e Kōka: non due clan, ma due società territoriali
Due nomi dominano la storia e soprattutto la memoria dei ninja: Iga (ìga) – 伊賀 e Kōka (kòka) – 甲賀, quest’ultima a lungo resa in Occidente come «Kōga».
Iga era una provincia storica nell’area dell’attuale prefettura di Mie; Kōka apparteneva alla provincia di Ōmi ed è oggi compresa nella prefettura di Shiga. Le due regioni erano vicine, attraversate da rilievi e vie montane, e collegate da rapporti familiari, economici e politici.
La formula «clan ninja di Iga» o «clan ninja di Kōka», diffusissima nella cultura popolare, produce tuttavia un’immagine fuorviante.
Iga e Kōka non costituivano due clan unitari né due organizzazioni segrete rette da un capo supremo. Erano territori nei quali vivevano numerose famiglie di guerrieri e proprietari armati, spesso classificabili come Jizamurai (gizamurài) – 地侍, legati da alleanze, rivalità e forme associative locali. La ricerca archeologica e documentaria mostra inoltre una forte presenza di piccole residenze fortificate, coerente con un ambiente nel quale il potere era distribuito fra molte famiglie piuttosto che concentrato nelle mani di un unico grande signore.
A Iga si sviluppò la struttura conosciuta come Iga Sōkoku Ikki (ìga sòkoku icchi) – 伊賀惣国一揆. A Kōka troviamo invece il Kōka Gunchū Sō (kòka gunciù sò) – 甲賀郡中惣. Queste organizzazioni non erano «Stati ninja». Erano forme di coordinamento politico-militare fra forze locali, capaci in particolari circostanze di mobilitare uomini e risorse per la difesa collettiva.
Il carattere relativamente autonomo di queste società contribuì certamente alla reputazione militare delle regioni. Lo fece però insieme alla vicinanza con importanti vie di comunicazione e centri politici. Iga e Kōka non erano mondi isolati nella montagna: erano inseriti nelle reti del Giappone centrale.
Jōnin, chūnin e genin: i «gradi ninja» sono realmente esistiti?
Quasi ogni manuale divulgativo dedicato ai ninja riproduce una gerarchia apparentemente chiarissima. Al vertice starebbero i Jōnin (giò-nin) – 上忍, grandi maestri e comandanti; sotto di loro i Chūnin (ciù-nin) – 中忍, responsabili dell’organizzazione delle missioni; alla base i Genin (ghè-nin) – 下忍, esecutori inviati materialmente nelle infiltrazioni.
La struttura è elegante. Proprio per questo ha avuto enorme fortuna.
La ricerca contemporanea invita però a non considerarla un ordinamento storico istituzionalizzato. Yūji Yamada, uno dei principali studiosi del fenomeno, ha sottolineato esplicitamente che l’immagine di una società ninja rigidamente divisa in jōnin, chūnin e genin, con i livelli superiori che governano quelli inferiori, appartiene in larga misura alla costruzione contemporanea del ninja. Nelle fonti non emerge una piramide uniforme valida per Iga, Kōka o per il Giappone nel suo complesso.
Il termine jōnin poteva essere usato per indicare un uomo particolarmente abile o autorevole; non equivale automaticamente a un grado militare formalizzato. La stessa ricerca segnala invece l’esistenza di Shinobi-gashira (scinòbi-gashira) – 忍び頭, «capi degli shinobi», incaricati in determinati contesti di coordinare altri operatori. Questo è un dato molto più interessante, perché mostra che forme di comando esistevano senza obbligarci a proiettare su tutte le comunità una gerarchia standardizzata.
Anche la celebre triade di «grandi jōnin» associata alle famiglie Hattori, Momochi e Fujibayashi deve essere trattata con prudenza. Le tre casate appartengono alla tradizione di Iga, ma trasformarle nei tre vertici di un’unica organizzazione ninja significa oltrepassare ciò che la documentazione permette di affermare.
Squadre di nove ninja? Un numero senza una regola
Un’altra idea ricorrente vuole gli shinobi organizzati in piccole squadre di nove uomini.
La verifica delle fonti non consente di riconoscere il nove come organico regolamentare di un’unità ninja.
Il numero compare in differenti tradizioni, compresi racconti sui «nove maestri» di Iga, e ha avuto lunga fortuna nella letteratura ninja. Questo non equivale all’esistenza di una squadra tattica standard composta da nove operatori.
Le testimonianze mostrano invece una notevole elasticità. Un uomo poteva essere inviato da solo per osservare o infiltrarsi. In altre circostanze agivano piccoli gruppi incaricati di incendiare, aprire un accesso o raccogliere informazioni; i daimyō potevano inoltre mobilitare contingenti molto più numerosi. La National Diet Library ricorda che durante il Sengoku alcuni signori disponevano di decine o perfino centinaia di persone utilizzabili in attività di questo genere.
Una testimonianza particolarmente eloquente proviene invece dal periodo Edo: nel 1637-1638 dieci shinobi di Kōka parteciparono alle operazioni durante la rivolta di Shimabara. È un gruppo di dieci, non di nove; presso altri domini agirono singoli operatori. Un secolo più tardi e in contesti differenti troviamo ancora organici diversi.
È quindi più corretto immaginare gruppi costituiti in funzione del compito. La guerra clandestina richiedeva flessibilità, non una formazione numerica rituale.
Ninja e samurai: una contrapposizione moderna
Uno degli stereotipi più persistenti contrappone il ninja al samurai. Il secondo combatterebbe apertamente, vincolato da un codice d’onore; il primo agirebbe nell’ombra, libero di utilizzare qualsiasi mezzo.
La documentazione storica non sostiene una separazione così netta.
Samurai (samurài) – 侍 e shinobi non indicano necessariamente categorie sociali alternative. Shinobi descrive soprattutto una funzione o un tipo di attività. Un uomo appartenente all’ambiente guerriero poteva combattere apertamente in una circostanza e partecipare a un’azione clandestina in un’altra.
La guerra del Sengoku era pragmatica. Incursioni notturne, imboscate, infiltrazioni, sabotaggi, false informazioni, tradimenti e incendi appartenevano agli strumenti disponibili ai comandanti. Ridurre il samurai alla battaglia rituale e il ninja alla slealtà occulta significa applicare a una realtà complessa una coppia narrativa costruita molto più tardi.
Anche il Bushidō (bushidò) – 武士道, letteralmente «via del guerriero», deve essere collocato nella propria evoluzione storica. L’idea di un codice unico e immutabile osservato da tutti i guerrieri medievali non corrisponde alla realtà documentaria.
L’arte di ottenere informazioni
Qual era dunque il mestiere dello shinobi?
Le fonti e i manuali successivi indicano soprattutto infiltrazione, ricognizione, raccolta e trasmissione d’informazioni, osservazione delle fortificazioni, sabotaggio, impiego del fuoco, propaganda e manipolazione.
L’informazione costituiva il centro di questo sistema.
Lo shinobi poteva essere incaricato di valutare la consistenza di una guarnigione, individuare una porta scarsamente sorvegliata, capire gli orari delle sentinelle, osservare i movimenti dei comandanti e delle truppe oppure stabilire se una fortezza disponesse ancora di acqua e provviste. In altre circostanze doveva entrare in rapporto con persone dell’ambiente avversario e trasformare conversazioni apparentemente insignificanti in notizie utilizzabili militarmente.
I manuali Edo insistono sull’osservazione della psicologia umana. Il problema non è soltanto entrare fisicamente in una casa; è far sì che qualcuno desideri raccontarti ciò che sai di dover scoprire.
Lo Shōninki (sciòninchi) – 正忍記 descrive, per esempio, procedimenti destinati a ottenere la fiducia degli abitanti di una casa prima di raccogliere informazioni. Altre sezioni raccomandano travestimenti, prudenza, memoria e capacità di adattamento.
Il paragone con l’intelligence contemporanea è utile soltanto fino a un certo punto. Lo shinobi non lavorava per uno Stato burocratico moderno: agiva dentro reti feudali, relazioni personali e strutture militari premoderne.
Il fuoco, il castello e la guerra irregolare
Una parte importante delle attività clandestine riguardava il fuoco.
Nella guerra premoderna giapponese un incendio poteva avere effetti devastanti. Le strutture lignee erano vulnerabili; depositi, porte, edifici e alloggi potevano diventare bersagli. Appiccare un incendio all’interno di una posizione nemica durante un attacco significava creare disordine, ridurre la capacità di comando e costringere i difensori a combattere contemporaneamente contro l’esercito e contro le fiamme.
Il Bansenshūkai dedica notevole attenzione a strumenti incendiari e procedure operative; la National Diet Library ricorda inoltre operazioni nelle quali gli shinobi penetravano in castelli, appiccavano incendi o contribuivano alla presa della fortificazione dall’interno.
Questo restituisce allo shinobi una dimensione più aggressiva rispetto alla semplice spia. Non era necessariamente un assassino, ma poteva partecipare direttamente alla distruzione della capacità militare nemica.
Il ninja vestito di nero
Poche immagini sembrano più naturali del ninja interamente vestito di nero.
Non abbiamo però prove di una divisa universale nera, con cappuccio e volto coperto, usata dagli shinobi del Sengoku. Yamada osserva che per le attività diurne il travestimento era assai più utile: religioso, artista itinerante o individuo comune potevano muoversi senza suscitare l’immediata attenzione riservata a un uomo mascherato. Per le attività notturne sono documentate indicazioni relative a colori scuri, compresi blu e bruno; il nero assoluto poteva risultare persino troppo evidente in determinate condizioni di luce.
Il teatro contribuì potentemente alla successiva iconografia. Gli assistenti di scena vestiti di nero erano convenzionalmente «invisibili» agli occhi dello spettatore: utilizzare una simile convenzione per un personaggio che appariva improvvisamente significava comunicare immediatamente la sua natura clandestina.
Il costume moderno non nacque in un solo momento. Teatro, letteratura illustrata, cinema e televisione completarono progressivamente la sua codificazione.
Le armi: cosa appartiene alla storia e cosa al mito
Anche l’arsenale ninja richiede qualche cautela.
La Ninjatō (ninjatò) – 忍者刀, celebre spada relativamente corta, con lama diritta e grande guardia quadrata, non dispone di una documentazione sufficiente per essere considerata l’arma standard degli shinobi del Sengoku. Gli operatori potevano utilizzare le spade e le armi disponibili nel proprio ambiente sociale e militare.
Gli Shuriken (sciùriken) – 手裏剣 sono invece storicamente reali, ma non appartenevano esclusivamente ai ninja. Esistevano differenti forme e tecniche di Shurikenjutsu (sciùriken-giutsu) – 手裏剣術, praticate in diverse tradizioni marziali.
I Makibishi (makibìshi) – 撒菱, oggetti appuntiti disseminabili sul terreno, potevano ostacolare un inseguimento. Corde, uncini, strumenti per arrampicarsi, utensili, materiali incendiari e dispositivi destinati ad aprire o superare accessi compaiono nei manuali. Il repertorio storico appare quindi sorprendentemente pragmatico.
Lo shinobi non aveva bisogno di un’arma misteriosa per ogni circostanza. Aveva bisogno dell’oggetto adatto.
Hattori Hanzō: un nome, più generazioni e una leggenda
Hattori Hanzō (attòri Hanzò) – 服部半蔵 è probabilmente il nome più famoso associato ai ninja.
È anche necessario precisare che «Hattori Hanzō» non identifica un solo individuo: il nome fu trasmesso all’interno della famiglia per più generazioni. La National Diet Library distingue, in particolare, Hattori Yasunaga, collegato alle tradizioni di Iga, dal figlio Hattori Masanari, nato nel 1542, guerriero al servizio di Tokugawa Ieyasu. Quest’ultimo è il personaggio generalmente trasformato dalla cultura popolare nel grande comandante dei ninja.
Masanari fu certamente un importante uomo d’armi dei Tokugawa. La documentazione della Mie University lo presenta come guerriero di fiducia di Ieyasu, ricordato con l’appellativo di «Oni Hanzō», e in seguito collegato al comando degli uomini di Iga. La sua immagine di maestro ninja occulto appartiene però in larga parte alle elaborazioni successive.
Il caso di Hanzō mostra bene quanto sia necessario distinguere individuo storico, funzione e leggenda.
L’Iga-goe del 1582: una vicenda meno semplice di quanto sembra
Dopo la morte di Oda Nobunaga nell’incidente di Honnō-ji, nel giugno 1582, Tokugawa Ieyasu si trovava lontano dai propri domini e dovette rientrare rapidamente verso Mikawa.
La tradizione identifica quel viaggio con il celebre Iga-goe (ìga goe) – 伊賀越え, il «passaggio attraverso Iga», attribuendo a Hattori Hanzō un ruolo decisivo.
La ricerca recente ha complicato considerevolmente il quadro. Una riesamina delle decine di testimonianze raccolte nel Dai Nihon shiryō ha mostrato che le fonti più vicine agli avvenimenti non descrivono tutte lo stesso itinerario e che alcuni dettagli tradizionali dell’attraversamento di Iga compaiono soltanto in testimonianze più tarde.
Emergono inoltre con chiarezza uomini di Kōka. Le famiglie Tarao, Yamaguchi, Yamaoka e Wada sono state identificate fra quelle che contribuirono alla protezione e al trasferimento di Ieyasu attraverso l’area, insieme ad altri gruppi.
Un altro personaggio merita attenzione: Hattori Yasutsugu, conosciuto anche attraverso il nome o titolo «Naka». Il Kan’ei shoka keizuden lo presenta come originario di Iga e ricorda che, per i servizi prestati durante il rientro di Ieyasu, gli furono affidati cinquanta uomini armati di archibugio. La sua figura, oscurata dalla fama di Hanzō, rappresenterebbe già da sola un eccellente soggetto per un approfondimento autonomo.
La fuga di Ieyasu resta dunque storica. Il percorso preciso e l’identificazione di un singolo «salvatore ninja» sono assai meno semplici.
1579: quando Iga respinse gli Oda
La maggiore frattura nella storia politica di Iga arrivò prima dell’Iga-goe.
Nel 1578 uomini legati a Oda Nobukatsu (òda Nobukatsu) – 織田信雄, figlio di Oda Nobunaga, iniziarono a rafforzare il castello di Maruyama, entrando direttamente in conflitto con le forze della provincia. Gli Iga-shū reagirono e la tensione sfociò in una vera guerra.
Nel 1579 Nobukatsu tentò l’invasione.
L’operazione si concluse con un grave insuccesso. Le comunità di Iga riuscirono a mobilitarsi e a respingere le forze Oda. Le fonti posteriori e la tradizione locale raccontano riunioni militari presso diversi centri e una resistenza organizzata.
È in questo contesto che bisogna collocare l’Iga Sōkoku Ikki. La ricerca di Goza Yūichi interpreta alcuni documenti dell’epoca come testimonianza di una mobilitazione straordinaria capace di coinvolgere, di fronte alla minaccia esterna rappresentata dagli Oda, differenti componenti della società locale.
La vittoria del 1579 non poteva tuttavia chiudere il conflitto.
1581: la conquista di Iga
Due anni dopo intervenne direttamente Oda Nobunaga.
Nel settembre 1581 le forze Oda penetrarono nella provincia attraverso più direttrici: da Shigaraki e Kōka, da Ise, da Yamato e attraverso altri passaggi. L’offensiva non fu una semplice ripetizione della spedizione fallita di Nobukatsu; era una campagna organizzata su scala assai maggiore.
Gli uomini di Iga opposero resistenza in diversi punti, fra cui l’area di Hijiyama e complessi religiosi trasformati in centri difensivi. La superiorità degli Oda risultò però decisiva.
Fortificazioni, villaggi e templi subirono distruzioni. Il complesso di Mujōjufuku-ji, per esempio, perse gli edifici principali durante l’offensiva e venne ricostruito soltanto in epoca successiva. Anche la documentazione materiale studiata nella regione mostra quanto profonde siano state le conseguenze della guerra: una ricerca sulle sculture buddhiste dell’area di Ayama ha rilevato l’altissima prevalenza di opere posteriore al conflitto, compatibile con una distruzione molto estesa del patrimonio precedente.
Possiamo quindi parlare di una campagna durissima e della distruzione dell’autonomia politico-militare dell’Iga Sōkoku Ikki.
È invece sbagliato descriverla come «lo sterminio dei ninja».
Nobunaga non stava conducendo una guerra contro un ordine professionale segreto. Stava eliminando una formazione territoriale autonoma che ostacolava il consolidamento del suo potere. Molti dei combattenti erano jizamurai e uomini delle comunità locali; alcuni possedevano o utilizzavano tecniche associate agli shinobi.
La differenza non è terminologica. Cambia completamente la natura dell’evento.
Dopo la conquista: morte, fuga e ricostruzione
La guerra lasciò ferite profonde. Alcuni uomini di Iga morirono, altri si dispersero e altri ancora trovarono servizio presso signori esterni. Le competenze militari della regione non scomparvero con la perdita dell’autonomia politica.
Una figura singolare permette inoltre di osservare ciò che accadde dopo la distruzione: Kotengu Seizō (kotèngu Seizò) – 小天狗清蔵, asceta dello Shugendō originario di Iga.
Le informazioni sulla sua infanzia appartengono soprattutto alla tradizione, ma dopo la guerra il suo nome compare in iscrizioni e documenti relativi alla ricostruzione di templi e santuari. Partecipò alla rinascita religiosa dell’area e alla donazione di campane e altri manufatti, tanto che gli studiosi moderni lo hanno descritto anche come una sorta di promotore della ricostruzione locale.
Non è necessario trasformarlo in un «ninja famoso». La sua importanza consiste precisamente nel mostrarci quanto più complessa fosse la società di Iga rispetto al nostro stereotipo.
E Kōka? Una storia diversa
Iga e Kōka vengono spesso accoppiate fino a sembrare inseparabili. Nel rapporto con Nobunaga, tuttavia, ebbero destini differenti.
Kōka non subì nel 1581 una campagna di distruzione equivalente a quella condotta contro Iga. Le famiglie locali erano inserite da tempo nei conflitti della provincia di Ōmi e alcune, dopo il declino dei Rokkaku, trovarono spazio all’interno dei nuovi equilibri prodotti dall’espansione degli Oda. Quando Nobunaga attaccò Iga, una delle direttrici dell’offensiva passò proprio dall’area di Kōka.
Le strutture autonome di Kōka furono progressivamente assorbite dalla formazione di poteri territoriali più forti. La nascita dell’ordine politico di Nobunaga, Hideyoshi e infine dei Tokugawa pose termine anche all’ambiente nel quale il Kōka Gunchū Sō aveva prosperato, ma attraverso un processo differente dalla violenta conquista di Iga. Il patrimonio culturale congiunto di Iga e Kōka conserva infatti memoria di due società territoriali simili che, davanti alla concentrazione del potere nel tardo Cinquecento, seguirono percorsi diversi.
Questa distinzione impedisce di parlare genericamente di una «repressione dei ninja di Iga e Kōka».
Dall’autonomia locale al servizio dei Tokugawa
La vittoria di Tokugawa Ieyasu a Sekigahara nel 1600 e la sua nomina a Shōgun (sciògun) – 将軍 nel 1603 aprirono una fase politica profondamente diversa.
Gli shinobi non scomparvero.
Gli Iga-mono (ìga mono) – 伊賀者, «uomini di Iga», entrarono nelle strutture Tokugawa. Con il passare delle generazioni, però, molte delle loro mansioni si trasformarono in guardia, controllo degli edifici e altri incarichi tipici di un’amministrazione stabilizzata. La National Diet Library ricorda, per esempio, il servizio di Iga-mono nel sistema di sicurezza dello shogunato e la presenza di uomini di Kōka organizzati come archibugieri e guardie.
Altrove il fenomeno seguì traiettorie differenti. A Himeji, un registro del 1613 documenta cinquantanove «Iga-mono» al servizio di Ikeda Terumasa; più tardi sono attestati gruppi definiti shinobi-gumi e shinobi-dōshin con funzioni ormai largamente legate alla sorveglianza.
Il nome sopravviveva. La funzione cambiava.
Shimabara: quando gli shinobi tornano in guerra
La rivolta di Shimabara e Amakusa del 1637-1638 rappresenta uno degli episodi più importanti per conoscere gli shinobi attraverso individui realmente attestati.
La lunga pace Tokugawa non aveva cancellato tutte le competenze clandestine. Quando l’enorme esercito dello shogunato dovette affrontare i ribelli asserragliati nel castello di Hara, diversi domini ricorsero nuovamente a uomini impiegati come shinobi.
Dieci uomini di Kōka parteciparono alle operazioni sotto il comando delle forze dello shogunato. Un tentativo d’infiltrazione si concluse male: alcuni vennero scoperti e respinti. L’episodio ha talvolta contribuito alla convinzione che gli shinobi del periodo Edo fossero ormai incapaci di svolgere realmente il proprio mestiere. Nuove ricerche mostrano però un quadro assai più articolato.
Nel dominio di Kumamoto operò Yoshida Jūemon, shinobi che utilizzò dispositivi incendiari contro un edificio associato ad Amakusa Shirō. Nel dominio di Akizuki troviamo Shibaoka Kurōbei, che riuscì a penetrare nel castello di Hara e a trasmettere informazioni sull’interno della fortificazione. Morì durante l’assalto finale; proprio la morte contribuì a far sì che il suo nome, eccezionalmente, fosse registrato. La sua figura compare anche in un paravento illustrato conservato ad Akizuki.
Sono attestati inoltre Niino Jūsuke, esperto tiratore al servizio del dominio di Fukuoka, e Yoshida Senzaemon presso Saga; vengono ricordate attività analoghe da parte di operatori del dominio di Satsuma. Anche fra i ribelli erano presenti individui incaricati di azioni clandestine.
Questi uomini sono preziosissimi per lo storico.
Non sono grandi maestri creati dalla narrativa. Sono persone che emergono dalla documentazione perché il loro servizio lasciò una traccia amministrativa o militare.
Shibaoka Kurōbei, in particolare, meriterebbe una monografia autonoma: attraverso la sua vicenda sarebbe possibile raccontare non soltanto un uomo, ma anche la sopravvivenza delle pratiche shinobi nel Giappone ormai pacificato dei Tokugawa.
I manuali del periodo Edo
Proprio mentre le occasioni operative diminuivano, le conoscenze associate agli shinobi iniziarono a essere sistematizzate.
Il testo più famoso è il Bansenshūkai (bansèn sciùkai) – 萬川集海, compilato nel 1676 da Fujibayashi Yasutake. L’opera comprende ventidue libri organizzati in una vasta trattazione delle tecniche, della strategia, dell’infiltrazione, del fuoco, degli strumenti, della meteorologia, della psicologia e dei principi morali dello shinobi.
Lo Shōninki (sciòninchi) – 正忍記, redatto nel 1681 da Natori Masazumi secondo la ricostruzione oggi accolta dalla National Diet Library, appartiene a un’altra tradizione e mostra un forte interesse per la raccolta delle informazioni e la manipolazione delle relazioni umane. L’originale non è stato ancora individuato, ma sopravvivono copie posteriori.
Il Ninpiden (ninpidèn) – 忍秘伝 costituisce il terzo grande testo tradizionalmente associato alla letteratura ninja. La sua trasmissione richiama gli Hattori, ma attribuzioni e cronologia devono essere trattate con maggiore prudenza rispetto a quanto accade spesso nella divulgazione.
Questi manuali non sono fotografie dirette della guerra del Sengoku. Sono tentativi seicenteschi di conservare e ordinare conoscenze sviluppatesi in un mondo che stava scomparendo.
Gli undici maestri del Bansenshūkai
Il Bansenshūkai conserva anche la memoria di undici uomini celebrati come grandi esperti di ninjutsu. Uno dei più curiosi è Shimotsuge Kozaru (scimotsughè Kozàru) – 下柘植小猿, al quale viene attribuita l’infiltrazione in una fortezza attraverso una conduttura d’acqua, seguita dall’impiego del fuoco.
Questi racconti sono preziosi, ma richiedono una distinzione. Il manuale fu compilato nel 1676 e conserva tradizioni relative a un passato ormai distante. La presenza di un nome nel Bansenshūkai documenta l’esistenza di una tradizione seicentesca su quell’individuo; non sempre permette di verificare indipendentemente ogni impresa attribuita.
È precisamente questa distinzione che separa un personaggio «attestato in una fonte» da un personaggio la cui biografia possiamo ricostruire attraverso più documenti contemporanei.
Ninjutsu: molto più di un’arte marziale
Ninjutsu (nin-giùtsu) – 忍術 viene oggi frequentemente inteso come arte marziale. I manuali storici descrivono un campo assai più vasto.
Lo shinobi doveva osservare, orientarsi, memorizzare informazioni, comprendere il comportamento umano, utilizzare il fuoco, sfruttare strumenti semplici, riconoscere le condizioni meteorologiche e saper adattare il proprio aspetto alla missione.
Lo Shōninki elenca anche i cosiddetti Shinobi rokugu (scinòbi rokùgu) – 忍び六具, sei strumenti da portare con sé, comprendenti fra l’altro cappello, corda con gancio, materiale per scrivere, medicine e un panno di uso versatile.
Compaiono inoltre nozioni astrologiche, religiose, divinatorie ed esoteriche. Questi elementi appartenevano alla cultura del tempo. Non devono essere cancellati perché estranei alla razionalità contemporanea, né trasformati in prove dell’esistenza di autentici poteri soprannaturali.
Kunoichi: la donna nascosta dentro una parola
La figura della Kunoichi (kunòici) – くノ一, oggi identificata quasi automaticamente con la «donna ninja», costituisce un caso particolarmente interessante, a partire dalla stessa origine del nome.
La spiegazione generalmente accolta nasce da un gioco grafico. く (ku) è un hiragana, ノ (no) un katakana, mentre 一 (ichi) è il kanji che significa «uno». Considerati insieme e disposti secondo la successione dei tratti, i tre segni richiamano graficamente il carattere Onna (ònna) – 女, «donna». Kunoichi fu dunque originariamente una maniera cifrata o allusiva per indicare una donna e non il nome tecnico di una specifica categoria di guerriere ninja. La National Diet Library sottolinea inoltre che l’uso moderno del termine con il significato preciso di «ninja donna» si affermò soprattutto nel XX secolo.
Accanto a questa spiegazione esiste una seconda interpretazione, diffusa soprattutto nella tradizione popolare, che gioca sul valore numerico dei suoni. Ku può richiamare Ku/Kyū (ku/chiù) – 九, «nove», mentre Ichi (ìci) – 一 significa «uno». Da questa associazione sono nate letture come «nove più uno» e, in alcune interpretazioni, «uno di nove». Quest’ultima è particolarmente suggestiva perché si affianca alla tradizione secondo cui gli shinobi avrebbero operato anche in gruppi di nove elementi, creando un’apparente corrispondenza fra il termine kunoichi e la presunta organizzazione numerica delle squadre ninja.
Occorre però mantenere distinti i due piani. Come abbiamo visto, la documentazione disponibile non permette di riconoscere nel gruppo di nove uomini un’unità tattica standard degli shinobi, né consente di dimostrare che il termine kunoichi derivasse dall’appartenenza di una donna a una simile formazione. Le fonti mostrano invece gruppi operativi di consistenza variabile, determinata dalle necessità della missione. La lettura «uno di nove» e la tradizione delle squadre composte da nove shinobi devono quindi essere considerate due interpretazioni che hanno finito per affiancarsi e rafforzarsi nell’immaginario successivo, senza che l’una possa essere utilizzata come prova storica dell’altra.
Esiste inoltre un’altra spiegazione collegata alla lettura «nove più uno», fondata su un’antica concezione anatomica secondo la quale il corpo femminile possiederebbe un’apertura in più rispetto a quello maschile. Anche questa interpretazione appartiene alla storia delle spiegazioni attribuite al termine e non deve essere confusa con la sua derivazione grafica da 女, che rimane quella meglio attestata.
La questione terminologica non significa, naturalmente, che le donne fossero estranee alle attività di spionaggio e infiltrazione. Il Bansenshūkai (bansèn sciùkai) – 萬川集海, compilato nel 1676, contiene infatti il Kunoichi no jutsu (kunòici no giùtsu) – くノ一の術, una tecnica che contempla l’impiego di una donna quando la sua presenza possa facilitare l’accesso a un ambiente, permettere di conquistare la fiducia delle persone o consentire l’acquisizione di informazioni altrimenti difficili da ottenere. La donna non viene necessariamente descritta come una guerriera armata e mascherata: il vantaggio operativo risiede proprio nella possibilità di entrare in determinati spazi e relazioni sociali senza essere immediatamente percepita come una minaccia.
È questa distinzione a risultare fondamentale dal punto di vista storico. L’impiego delle donne nelle tecniche d’infiltrazione trova riscontro nella documentazione; la kunoichi intesa come equivalente femminile del ninja guerriero della cultura popolare è invece una costruzione molto più tarda. Romanzi, cinema, manga, anime e videogiochi avrebbero progressivamente trasformato quella figura in un’archetipo autonomo, sovrapponendo alle poche informazioni ricavabili dalle fonti una tradizione narrativa ormai riconoscibile in tutto il mondo.
Mochizuki Chiyome: una celebre biografia senza prove contemporanee
Fra tutte le donne associate alla tradizione ninja, Mochizuki Chiyome (Mochizùki Ciyòme) – 望月千代女 è la più famosa.
Secondo la narrazione moderna, Chiyome sarebbe appartenuta alla famiglia Mochizuki, avrebbe sposato un guerriero al servizio dei Takeda e, rimasta vedova, sarebbe stata incaricata da Takeda Shingen (Takèda Shinghen) – 武田信玄 di organizzare una rete clandestina di donne.
Avrebbe reclutato giovani vulnerabili, orfane o prive di protezione, addestrandole sotto la copertura delle Miko (mìko) – 巫女, donne associate ai santuari shintoisti. Le agenti avrebbero imparato osservazione, raccolta d’informazioni, trasmissione dei messaggi e travestimento; versioni ancora più tarde aggiungono seduzione, veleni e combattimento.
È una storia straordinariamente efficace.
Non è, però, una biografia documentata dal Sengoku.
La moderna costruzione di Chiyome come capo di una rete di kunoichi emerge nel XX secolo attraverso opere che collegarono tradizioni sulle miko, la famiglia Mochizuki e Takeda Shingen. La ricerca contemporanea della Mie University ha mostrato la mancanza di fonti coeve capaci di confermare la scuola segreta, la rete di centinaia di donne e l’incarico ricevuto da Shingen.
Il kunoichi no jutsu dimostra che l’impiego di donne nell’infiltrazione era pensabile e documentato nella tradizione tecnica. Non dimostra la biografia specifica di Chiyome.
Proprio per questo la sua storia meriterebbe un articolo autonomo: non semplicemente «Mochizuki Chiyome, la grande ninja», bensì «Mochizuki Chiyome: come nasce una kunoichi leggendaria».
Famosi ninja che probabilmente non furono ninja
La cultura popolare ha incorporato numerosi personaggi storici o pseudo-storici.
Katō Danzō, il celebre «Tobi Katō», viene spesso descritto come maestro di illusioni vissuto nel XVI secolo e al servizio, alternativamente, degli Uesugi o dei Takeda. La National Diet Library osserva però che il nome Katō Danzō compare in questa forma soltanto in opere molto tarde e che il personaggio deriva da tradizioni letterarie precedenti; la sua stessa esistenza storica è stata messa in dubbio.
Ishikawa Goemon è invece attestato come brigante messo a morte nel 1594; la sua trasformazione in ninja capace di infiltrarsi nel castello di Fushimi appartiene alla narrativa e al teatro posteriori.
Sarutobi Sasuke e Kirigakure Saizō appartengono alla tradizione narrativa dei guerrieri di Sanada. La ricerca letteraria mostra chiaramente il processo attraverso il quale questi personaggi furono costruiti e sviluppati nelle opere moderne e premoderne, fino al grande successo delle collane popolari dell’inizio del Novecento.
Sapere che un ninja è leggendario non lo rende meno interessante. Cambia soltanto la disciplina attraverso cui dobbiamo studiarlo: dalla storia militare passiamo alla storia della letteratura e dell’immaginario.
Eric Van Lustbader e il ninja occidentale
Il ninja moderno non appartiene soltanto al Giappone.
Nel 1980 lo scrittore statunitense Eric Van Lustbader pubblicò The Ninja, romanzo che contribuì in maniera importante alla diffusione della figura del ninja presso il pubblico occidentale.
Il protagonista, Nicholas Linnear, vive fra identità americana e cultura giapponese, arti marziali, tradizioni segrete e conflitti contemporanei. Il successo del personaggio generò una lunga serie di romanzi, fra cui The Miko, White Ninja, The Kaisho, Floating City e Second Skin.
Lustbader non intendeva offrire una ricostruzione accademica dello shinobi. Il suo ninja appartiene al thriller: disciplina marziale, erotismo, vendetta, spiritualità e segreti orientali vengono combinati secondo le esigenze della narrativa.
La sua importanza storica sta altrove. Con autori come Lustbader il ninja completò il passaggio da personaggio della cultura giapponese a icona internazionale. Negli stessi anni il cinema d’azione avrebbe moltiplicato uomini mascherati, spade diritte, shuriken e tecniche impossibili.
Lo shinobi medievale era ormai diventato un archetipo globale.
I ninja oggi: ricerca, musei e patrimonio
Negli ultimi decenni si è verificato un fenomeno quasi paradossale. Proprio l’enorme quantità di miti accumulatasi intorno ai ninja ha favorito la nascita di una ricerca storica sempre più sistematica.
La Mie University ha sviluppato programmi specifici e un International Ninja Research Center dedicato allo studio interdisciplinare delle fonti, della cultura materiale e della trasmissione delle tecniche. Le sue attività comprendono analisi documentarie, ricerche sul territorio e sperimentazione di alcuni strumenti descritti nei manuali.
Anche la National Diet Library ha valorizzato fonti e manoscritti relativi al fenomeno, rendendo disponibile online, fra l’altro, materiale collegato allo Shōninki e ad altri testi della tradizione.
Iga e Kōka valorizzano parallelamente questo patrimonio attraverso musei, siti storici e percorsi culturali. Ricerca accademica, turismo e cultura popolare convivono così nello stesso territorio.
Il loro compito non è identico. Proprio per questo è importante distinguerli.
Personaggi che meritano una monografia
La ricerca apre anche la strada a una serie di approfondimenti autonomi.
Hattori Masanari meriterebbe una ricostruzione separata dall’Hanzō cinematografico, seguendo la sua vera carriera nell’entourage di Tokugawa Ieyasu. Hattori Yasutsugu consentirebbe invece di raccontare un protagonista dimenticato dell’Iga-goe e della successiva organizzazione degli uomini armati al servizio dei Tokugawa.
Shibaoka Kurōbei offrirebbe la possibilità di entrare direttamente nelle operazioni di Shimabara attraverso un uomo realmente identificabile. Yoshida Jūemon permetterebbe di affrontare l’impiego delle tecniche incendiarie nel XVII secolo. Anche le famiglie Tarao, Yamaguchi, Yamaoka e Wada, coinvolte secondo la documentazione nel trasferimento di Ieyasu dopo Honnō-ji, meritano attenzione autonoma.
A un livello differente, Fujibayashi Yasutake consentirebbe di raccontare la trasformazione del ninjutsu da conoscenza operativa a patrimonio scritto attraverso la compilazione del Bansenshūkai.
Sono storie meno conosciute di quella di Sarutobi Sasuke. Proprio per questo, forse, sono più interessanti.
Conclusioni
Tolti la maschera nera, i poteri soprannaturali e gran parte dell’arsenale costruito dalla cultura popolare, il ninja non scompare. Emerge lo shinobi.
Le fonti medievali attestano uomini impiegati in operazioni clandestine e una terminologia specifica per identificarli. Durante il Sengoku, infiltrazione, osservazione, raccolta delle informazioni, incendio, sabotaggio e guerra irregolare furono componenti concrete dei conflitti tra i daimyō.
Iga e Kōka acquisirono una reputazione particolare, ma non costituirono due clan ninja unitari. Erano società territoriali formate da numerose famiglie e piccoli guerrieri, capaci di organizzarsi attraverso forme associative. La celebre gerarchia jōnin–chūnin–genin non appare come una struttura uniforme documentata; anche il presunto organico fisso di nove uomini per le squadre operative non trova conferma nelle fonti.
La conquista di Iga del 1581 fu una guerra reale e durissima. Distrusse l’autonomia dell’Iga Sōkoku Ikki senza rappresentare uno «sterminio dei ninja». Kōka seguì invece un percorso differente, inserendosi progressivamente negli equilibri creati dai nuovi grandi poteri.
Gli shinobi sopravvissero all’unificazione. Sotto i Tokugawa alcuni entrarono nelle strutture di guardia e sorveglianza; durante Shimabara uomini come Shibaoka Kurōbei e Yoshida Jūemon dimostrano che le attività clandestine potevano ancora essere impiegate operativamente. Nel frattempo il Bansenshūkai, lo Shōninki e altri testi trasformavano una tradizione pratica in patrimonio scritto.
Le kunoichi mostrano lo stesso intreccio fra documento e costruzione successiva. Il kunoichi no jutsu attesta l’impiego di donne nell’infiltrazione, mentre la moderna figura della guerriera ninja appartiene soprattutto alla cultura posteriore. Mochizuki Chiyome rimane una protagonista affascinante proprio perché la sua fama moderna supera enormemente ciò che possiamo dimostrare attraverso le fonti del Sengoku.
Poi cominciò un’altra storia. Teatro, letteratura, cinema, manga, anime, videogiochi e autori occidentali come Eric Van Lustbader trasformarono lo shinobi in ninja, fino a renderlo uno dei simboli culturali più riconoscibili del Giappone.
La ricerca contemporanea percorre oggi il cammino inverso. Torna ai documenti, alle genealogie, ai registri militari, alle fortificazioni, ai manuali e alle testimonianze materiali.
E ciò che emerge non è meno affascinante della leggenda.
È semplicemente più umano.
La leggenda non deve essere cancellata. Deve essere riconosciuta come tale.
Glossario
Bansenshūkai (bansèn sciùkai) – 萬川集海: grande compendio di conoscenze associate agli shinobi, compilato nel 1676 da Fujibayashi Yasutake.
Bushidō (bushidò) – 武士道: «via del guerriero»; concetto sviluppatosi storicamente attraverso epoche differenti, da non considerare un codice universale e immutabile di tutti i samurai medievali.
Chūnin (ciù-nin) – 中忍: termine successivamente interpretato come «grado intermedio» dei ninja; la rigida gerarchia jōnin–chūnin–genin non risulta documentata come sistema generale del Sengoku.
Daimyō (daimiò) – 大名: grande signore territoriale del Giappone premoderno.
Genin (ghè-nin) – 下忍: termine interpretato nella cultura moderna come livello inferiore della gerarchia ninja; non deve essere automaticamente inteso come grado istituzionale.
Iga (ìga) – 伊賀: provincia storica nell’area dell’attuale prefettura di Mie, strettamente collegata alla storia degli shinobi.
Iga-mono (ìga mono) – 伊賀者: «uomini di Iga»; denominazione utilizzata anche per gruppi inseriti nelle strutture Tokugawa.
Iga Sōkoku Ikki (ìga sòkoku icchi) – 伊賀惣国一揆: organizzazione territoriale e militare sviluppatasi nella provincia di Iga.
Jizamurai (gizamurài) – 地侍: guerriero locale legato alla proprietà e alla difesa di un territorio.
Jōnin (giò-nin) – 上忍: termine utilizzato anche per indicare individui di particolare capacità; l’idea di un grado supremo universalmente istituzionalizzato è una costruzione successiva.
Kōka (kòka) – 甲賀: area dell’antica provincia di Ōmi, oggi nella prefettura di Shiga. «Kōga» è la forma tradizionalmente diffusasi in Occidente.
Kōka Gunchū Sō (kòka gunciù sò) – 甲賀郡中惣: sistema di coordinamento delle comunità e delle famiglie guerriere di Kōka.
Kunoichi (kunòici) – くノ一: termine nato dalla scomposizione grafica di 女, «donna»; il significato specifico di «ninja donna» è principalmente moderno.
Makibishi (makibìshi) – 撒菱: oggetti appuntiti disseminabili sul terreno per ostacolare il movimento.
Miko (mìko) – 巫女: donna associata alle funzioni religiose dei santuari shintoisti.
Ninja (nìngia) – 忍者: denominazione oggi universalmente utilizzata per le figure storiche e leggendarie associate alle attività clandestine del Giappone.
Ninjutsu (nin-giùtsu) – 忍術: insieme delle conoscenze e delle tecniche associate all’attività degli shinobi; storicamente comprendeva molto più del combattimento.
Shinobi (scinòbi) – 忍び: termine attestato nelle fonti premoderne per uomini impiegati in operazioni clandestine.
Shinobi-gashira (scinòbi-gashira) – 忍び頭: capo o responsabile di un gruppo di shinobi in determinati contesti documentati.
Shōgun (sciògun) – 将軍: capo del governo militare in differenti fasi della storia giapponese.
Shōninki (sciòninchi) – 正忍記: manuale di tecniche shinobi redatto nel 1681 e associato a Natori Masazumi.
Shuriken (sciùriken) – 手裏剣: categoria di piccole armi da lancio appartenenti alla tradizione marziale giapponese e non esclusive degli shinobi.
Bibliografia essenziale commentata
Yūji Yamada, Ninja no rekishi – 忍者の歴史, KADOKAWA, Tokyo, 2016.
Una delle sintesi fondamentali della ricerca giapponese contemporanea sul fenomeno. Yamada ricostruisce le origini storiche degli shinobi, le tradizioni di Iga e Kōka e la successiva trasformazione del ninja nell’immaginario moderno, mantenendo costante la distinzione fra fonti e leggenda.
Hirayama Yū, Sengoku no shinobi – 戦国の忍び, KADOKAWA, Tokyo, 2020.
Studio dedicato specificamente agli shinobi nel periodo Sengoku, particolarmente utile per collocare spionaggio, infiltrazione e operazioni clandestine dentro la concreta storia militare dei daimyō, senza trattare il ninja come un corpo estraneo alla società guerriera.
Nakajima Atsumi, Ninja no heihō: sandai hidensho o yomu – 忍者の兵法 三大秘伝書を読む, KADOKAWA, ed. 2017.
Analisi dei tre grandi testi della tradizione ninja, Bansenshūkai, Shōninki e Ninpiden. Il confronto consente di comprendere strumenti, tecniche, strategie, raccolta d’informazioni e concezioni morali tramandate nel periodo Edo, oltre ai problemi di trasmissione delle fonti.
Antonio Vaianella



























