Le donne sul Trono del Crisantemo
Da Suiko a Shōtoku: le sei imperatrici e gli otto regni femminili che costruirono il Giappone antico.
Nella storia del Giappone sono riconosciute ufficialmente otto imperatrici regnanti. Sei di esse governarono fra il VI e l’VIII secolo; due salirono al trono in due distinti periodi, dando origine a otto regni femminili.
L’espressione «le otto imperatrici del Giappone» ricorre frequentemente nelle opere divulgative dedicate alla monarchia nipponica, ma nasconde una distinzione indispensabile. La storia giapponese riconosce otto donne che esercitarono personalmente la sovranità: Suiko, Kōgyoku, Jitō, Genmei, Genshō, Kōken, Meishō e Go-Sakuramachi. Le prime sei governarono fra la fine del VI e l’VIII secolo; Meishō regnò invece dal 1629 al 1643 e Go-Sakuramachi dal 1762 al 1770. Inoltre, Kōgyoku tornò sul trono con il nome postumo di Saimei e Kōken vi risalì come Shōtoku. Nell’età di Asuka e di Nara si ebbero dunque sei sovrane, ma otto regni femminili.
Non si tratta di una sottigliezza genealogica. La distinzione consente di comprendere un periodo nel quale l’accesso di una donna alla massima autorità non costituiva un’anomalia inconcepibile, ma una possibilità prevista dalla prassi dinastica. Fra il 593 e il 770, per oltre un secolo e mezzo, le donne occuparono il trono in alcuni dei momenti decisivi della formazione dello Stato giapponese: l’introduzione e il consolidamento del buddhismo, la riorganizzazione amministrativa modellata anche sulle istituzioni cinesi, la fondazione delle capitali di Fujiwara-kyō e Heijō-kyō, la compilazione delle prime grandi cronache e la trasformazione della sovranità di Yamato in una monarchia centralizzata.
Definirle semplicemente reggenti, custodi temporanee o figure cerimoniali significa proiettare sul VII e sull’VIII secolo concezioni elaborate in epoche successive. Le fonti disponibili — soprattutto il Nihon shoki, lo Shoku Nihongi, le raccolte poetiche, i codici amministrativi e le testimonianze archeologiche — mostrano invece sovrane coinvolte nell’elaborazione delle leggi, nella nomina dei funzionari, nella diplomazia, nelle campagne militari, nei rituali e nella politica religiosa. Il loro potere non fu assoluto, come non lo fu quello dei sovrani maschi: la corte era il centro di una complessa competizione fra lignaggi aristocratici, principi imperiali, dignitari e istituzioni religiose. Ma il fatto che tali donne governassero entro una struttura collegiale non permette di negare loro la titolarità della monarchia.
Prima delle imperatrici storiche: il problema di Jingū
Prima di Suiko, le cronache giapponesi collocano una figura femminile destinata a esercitare un’influenza profonda sull’immaginario politico dell’arcipelago: Jingū Kōgō, Okinaga Tarashihime no Mikoto. Secondo il Kojiki e il Nihon shoki, ella era la consorte del sovrano Chūai e assunse la guida della compagine di Yamato dopo la morte del marito, governando sino all’ascesa del figlio Ōjin. La cronologia tradizionale le attribuisce il periodo compreso fra il 201 e il 269, ma tali date appartengono alla sistemazione genealogica retrospettiva delle cronache e non possono essere considerate storicamente verificabili.
Jingū non è oggi annoverata fra le otto imperatrici regnanti ufficialmente riconosciute. Nelle fonti riceve il titolo di kōgō, imperatrice consorte, e la tradizione la presenta come governante o reggente durante l’interregno successivo alla morte di Chūai. In alcune ricostruzioni dinastiche anteriori alla sistemazione moderna fu trattata come il quindicesimo sovrano del Giappone, ma nell’elenco ufficiale la successione passa direttamente da Chūai a Ōjin.
La storicità della figura rimane discussa. Le fonti che ne narrano le imprese furono compilate nell’VIII secolo, a grande distanza dal periodo in cui Jingū sarebbe vissuta, e intrecciano genealogia dinastica, profezia religiosa, ritualità e memoria dei rapporti con la penisola coreana. Non è possibile stabilire se dietro questa costruzione si conservi il ricordo di una governante realmente esistita. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che la narrazione possa riflettere, in forma rielaborata, l’autorità esercitata da donne appartenenti alle élite del Giappone protostorico; altri considerano Jingū prevalentemente una figura letteraria e ideologica.
Particolarmente problematica è la spedizione militare nella penisola coreana che le cronache le attribuiscono. Il racconto della sottomissione di Silla e dei cosiddetti «tre regni» non trova conferma nella forma descritta dalle fonti giapponesi e non deve essere presentato come un evento storico accertato. Durante l’età Meiji e il periodo dell’espansione coloniale giapponese, la leggenda di Jingū venne utilizzata per costruire una remota giustificazione simbolica della presenza nipponica in Corea. La sua figura appartiene dunque sia alla storia della memoria imperiale sia alla storia politica dell’uso moderno del passato.
Jingū deve essere distinta dalle sovrane documentate a partire da Suiko. La sua esclusione dall’elenco delle otto imperatrici regnanti non ne diminuisce l’importanza culturale: mostra, piuttosto, quanto sia necessario separare la tradizione dinastica, la possibile memoria protostorica e ciò che può essere effettivamente ricostruito attraverso le fonti.
I. Prima dell’imperatore: Suiko, Kōgyoku e la nascita della sovranità di Yamato
Quando Suiko salì al trono nel 593, il Giappone non possedeva ancora la struttura imperiale pienamente definita che avrebbe assunto nell’VIII secolo. La principale entità politica dell’arcipelago era il regno di Yamato, una coalizione dinastica e aristocratica concentrata nel Giappone centrale, ma collegata da rapporti di alleanza, subordinazione e conflitto con numerose comunità regionali. Anche il titolo tennō, oggi tradotto con «imperatore», non era ancora stabilmente impiegato nella forma e con il significato che avrebbe acquisito più tardi. Le cronache compilate nell’VIII secolo proiettarono spesso sul passato la terminologia monarchica del proprio tempo.
Suiko, nata principessa Nukatabe nel 554 secondo la cronologia tradizionale, era figlia del sovrano Kinmei e aveva sposato il fratellastro Bidatsu, che regnò dal 572 al 585. La sua ascesa avvenne dopo l’assassinio del sovrano Sushun, ordinato nel 592 dal potente Ōomi Soga no Umako. L’eliminazione di Sushun rese necessario ricomporre l’equilibrio fra la dinastia e il lignaggio Soga, allora dominante. Suiko possedeva esperienza di corte, apparteneva alla linea dinastica e, attraverso la madre, era imparentata con gli stessi Soga. La sua elezione non fu quindi una soluzione improvvisata, ma il risultato di una precisa configurazione genealogica e politica.
La storiografia più antica tendeva a rappresentare Suiko come una sovrana nominale, controllata da Soga no Umako e dal nipote principe Umayado, più noto con il nome postumo di Shōtoku. La documentazione non permette tuttavia di ridurre il suo regno a una semplice diarchia maschile. Il Nihon shoki, pur attribuendo a Umayado un ruolo rilevante, registra provvedimenti, udienze, missioni e decisioni sotto l’autorità della sovrana. La ripartizione concreta delle competenze fra Suiko, Umayado e Umako rimane discussa, poiché la cronaca fu compilata quasi un secolo dopo e risentì della successiva idealizzazione del principe Shōtoku. È dunque corretto riconoscere la presenza di più centri di potere senza trasformare Suiko in una figura puramente ornamentale. Studi moderni sulla monarchia arcaica hanno infatti messo in discussione l’idea che le prime sovrane fossero necessariamente sostitute passive di eredi maschi.
Durante il suo lungo regno, conclusosi nel 628, la corte intensificò i rapporti diplomatici con la dinastia Sui in Cina, favorì il buddhismo e adottò nuovi strumenti di organizzazione gerarchica. Nel 603 venne introdotto, secondo il Nihon shoki, un sistema di ranghi di corte contraddistinti da copricapi; l’anno seguente la cronaca colloca la promulgazione di un testo noto come «Costituzione in diciassette articoli». Quest’ultima non era una costituzione nel senso moderno, ma una raccolta di principî morali e politici, permeata da concetti buddhisti e confuciani, che insisteva sull’armonia, sull’obbedienza e sull’ordinato funzionamento dell’amministrazione.
Anche la celebre ambasceria inviata alla corte Sui nel 607 appartiene al regno di Suiko. Le fonti cinesi riferiscono di una lettera proveniente dal «sovrano del paese dove sorge il sole» indirizzata al «sovrano del paese dove tramonta». Non è possibile stabilire con certezza chi abbia materialmente composto il documento, ma la missione attesta l’ambizione della corte di Yamato di presentarsi come interlocutrice autonoma dell’impero cinese.
Dopo Suiko tornarono sul trono due uomini, Jomei e poi Kōtoku. Nel 642, tuttavia, la vedova di Jomei, la principessa Takara, assunse la sovranità con il nome postumo di Kōgyoku. Il suo primo regno coincise con una delle più violente trasformazioni della politica di corte. Il lignaggio Soga, rafforzatosi durante il VI e l’inizio del VII secolo, era ormai accusato dalle fazioni avversarie di avere usurpato prerogative dinastiche. Nel 645 il figlio di Kōgyoku, il principe Naka no Ōe, e Nakatomi no Kamatari organizzarono l’uccisione di Soga no Iruka nel palazzo della sovrana. L’episodio, noto come incidente di Isshi, pose fine alla supremazia del ramo principale dei Soga.
La cronaca descrive l’assassinio durante un’udienza alla presenza di Kōgyoku. È difficile ricostruire il grado della sua partecipazione alla congiura: le fonti non autorizzano né ad attribuirle la regia dell’operazione né a considerarla completamente estranea. Dopo la morte di Iruka e il suicidio del padre Soga no Emishi, Kōgyoku abdicò in favore del fratello, che divenne Kōtoku. Fu la prima abdicazione registrata nella storia ufficiale giapponese.
L’abdicazione non pose però fine alla sua funzione dinastica. Alla morte di Kōtoku, nel 654, Takara tornò sul trono con il nome postumo di Saimei. Durante il secondo regno, dal 655 al 661, la corte intraprese imponenti opere edilizie e intensificò l’attività militare nella parte settentrionale dell’arcipelago. Il generale Abe no Hirafu guidò spedizioni che le cronache collegano alle popolazioni chiamate Emishi e Mishihase, la cui precisa identificazione etnica e geografica resta discussa.
La fase conclusiva del regno fu dominata dalla crisi coreana. Nel 660 il regno di Baekje, storico alleato di Yamato, fu sconfitto dalla coalizione fra Silla e la Cina Tang. La corte giapponese preparò una spedizione per restaurarlo. Saimei si trasferì con l’apparato di governo a Tsukushi, nell’isola di Kyūshū, dove morì nel 661 prima della grande sconfitta navale giapponese sul fiume Baekgang, avvenuta nel 663.
Il trasferimento della corte e la mobilitazione delle risorse mostrano che Saimei non fu soltanto una figura rituale. La storiografia discute ancora quanto le decisioni operative fossero controllate dal figlio Naka no Ōe, futuro imperatore Tenji, ma la sovrana rimase il centro formale e sacrale della compagine politica. La sua autorità fu esercitata in una fase nella quale diplomazia, guerra e riforma amministrativa si intrecciavano nella costruzione del nuovo Stato.
II. Jitō, Genmei e Genshō: le architette dello Stato antico
La morte dell’imperatore Tenmu nel 686 aprì un delicato problema di successione. Tenmu aveva conquistato il trono dopo la guerra di Jinshin del 672, sconfiggendo il principe Ōtomo, figlio dell’imperatore Tenji. Sua moglie, la principessa Uno no Sarara, era figlia dello stesso Tenji: il matrimonio univa quindi due rami rivali della dinastia. Dopo la morte di Tenmu, Uno no Sarara assunse la direzione della corte e nel 690 salì formalmente al trono con il nome postumo di Jitō.
Il suo regno rappresenta uno dei casi meglio documentati di esercizio effettivo della sovranità da parte di una donna. Jitō non si limitò a custodire il potere per un successore. Guidò il consolidamento dell’assetto politico progettato sotto Tenmu, sovrintese all’amministrazione, presiedette rituali e percorse ripetutamente il territorio di Yoshino, luogo strettamente connesso alla legittimazione della dinastia. Le visite a Yoshino non erano semplici ritiri personali, ma atti politici e religiosi attraverso i quali la corte riaffermava la propria relazione con uno spazio carico di memoria dinastica.
La successione era stata inizialmente destinata al figlio di Jitō e Tenmu, il principe Kusakabe. La sua morte nel 689 impose una nuova soluzione. Jitō governò mentre il figlio di Kusakabe, il principe Karu, futuro imperatore Monmu, era ancora giovane. Da questo dato è nata la cosiddetta «teoria dell’intermediazione», secondo cui le sovrane dell’antico Giappone sarebbero state collocate sul trono soprattutto per colmare intervalli fra due eredi maschi appartenenti alla linea dinastica desiderata.
L’interpretazione contiene un elemento reale: la tutela di determinate linee genealogiche fu certamente una funzione fondamentale di vari regni femminili. Tuttavia, parlare soltanto di sovrane «ponte» rischia di confondere la ragione della loro scelta con la natura del potere da esse esercitato. Anche quando l’ascesa rispondeva a una crisi successoria, una volta intronizzata la sovrana disponeva delle prerogative monarchiche riconosciute dalla corte. La distinzione fra funzione dinastica e autorità politica è essenziale.
Durante il governo di Jitō venne completata Fujiwara-kyō, la prima capitale giapponese costruita secondo un impianto urbano regolare di derivazione continentale e destinata a essere occupata stabilmente dalla corte. Jitō vi trasferì la capitale nel 694. Gli scavi archeologici hanno restituito resti di edifici palaziali, strade, canalizzazioni e numerose tavolette lignee, le mokkan, utilizzate per registrare merci, tributi, ordini e movimenti amministrativi. Tali reperti testimoniano la crescente capacità dello Stato di raccogliere informazioni e risorse.
Nel 697 Jitō abdicò in favore di Monmu, ma conservò il titolo e l’autorità di sovrana ritirata. La sua presenza politica proseguì sino alla morte nel 703. L’abdicazione non equivaleva quindi a una scomparsa dalla vita pubblica: essa inaugurò un modello nel quale il sovrano ritirato poteva continuare a esercitare influenza sulla corte.
Alla morte prematura di Monmu, nel 707, la successione passò alla madre, la principessa Abe, nota come imperatrice Genmei. Anche in questo caso l’erede maschio destinato alla continuità dinastica, il principe Obito, futuro Shōmu, era ancora bambino. Genmei assicurò il passaggio del potere, ma il suo regno non fu un semplice tempo d’attesa.
Nel 710 la corte si trasferì da Fujiwara-kyō a Heijō-kyō, l’odierna Nara. La nuova capitale, modellata nelle sue linee generali sulle città della Cina Tang, divenne il centro politico e cerimoniale del paese. Il trasferimento non consistette nel semplice spostamento di una residenza: richiese la pianificazione di quartieri, assi viari, palazzi, uffici, templi e reti di approvvigionamento. La fondazione di Heijō-kyō segnò l’avvio convenzionale del periodo Nara.
Il regno di Genmei fu inoltre associato a due opere fondamentali per la formazione della memoria politica giapponese. Nel 712 venne presentato alla corte il Kojiki, compilato da Ō no Yasumaro sulla base di tradizioni dinastiche precedentemente ordinate da Hieda no Are. Nel 713 un ordine imperiale dispose la compilazione di descrizioni provinciali che avrebbero prodotto i fudoki. Questi testi raccoglievano informazioni sulla geografia, sulle risorse, sui prodotti, sui nomi dei luoghi e sulle tradizioni locali. Solo alcuni sono giunti in forma estesa, ma costituiscono una fonte essenziale per la storia del Giappone antico.
Genmei abdicò nel 715 in favore della figlia, la principessa Hidaka, imperatrice Genshō. Si tratta dell’unico caso nella storia giapponese in cui una sovrana regnante succedette direttamente a un’altra sovrana regnante. Genshō non era sposata e non ebbe figli; il suo regno protesse la successione del nipote Obito, ma coincise ancora una volta con importanti sviluppi istituzionali.
Nel 718 venne completato il codice Yōrō, revisione dell’ordinamento già espresso dal codice Taihō del 701. Il sistema viene indicato dagli storici con l’espressione ritsuryō, formata dai termini che designavano rispettivamente le norme penali e quelle amministrative. Non tutto ciò che il codice prescriveva fu applicato uniformemente, e la ricostruzione della sua prima redazione presenta problemi documentari, ma il modello definiva ranghi, uffici, obblighi fiscali, registrazioni della popolazione e rapporti fra centro e province.
Nel 720 fu completato il Nihon shoki, la prima storia ufficiale del Giappone giunta integralmente sino a noi. Scritto in cinese classico e organizzato secondo modelli storiografici continentali, il testo costruiva una narrazione della dinastia dalle origini divine sino all’inizio dell’VIII secolo. Non può essere letto come una cronaca neutrale: genealogie, miti e avvenimenti furono selezionati e organizzati per legittimare l’ordine politico formatosi dopo le guerre dinastiche del VII secolo. Proprio per questo costituisce non soltanto una fonte sugli eventi narrati, ma anche una testimonianza dell’ideologia monarchica della corte di Nara.
Genshō abdicò nel 724 e il nipote salì al trono come imperatore Shōmu. Jitō, Genmei e Genshō avevano accompagnato la monarchia dalla fase delle capitali mobili alla costruzione di un centro urbano permanente, dall’organizzazione aristocratica di Yamato a un apparato amministrativo dotato di codici, archivi, funzionari e narrazioni ufficiali. Considerarle semplici custodi di minorenni impedisce di cogliere il loro contributo diretto al processo di formazione statale.
III. Kōken-Shōtoku: buddhismo, conflitto politico e fine dei regni femminili antichi
L’ultima sovrana dell’età antica fu anche la più controversa. Nata principessa Abe nel 718, figlia dell’imperatore Shōmu e dell’imperatrice consorte Kōmyō, venne designata principessa ereditaria nel 738. La nomina era eccezionale perché riguardava una donna non sposata indicata ufficialmente quale successore. Nel 749 Shōmu abdicò e Abe salì al trono con il nome postumo di Kōken.
Il contesto era profondamente mutato rispetto all’epoca di Suiko. La monarchia disponeva ormai di una capitale, di un sistema di codici e di una burocrazia articolata. Al tempo stesso, il potere era attraversato dalla competizione fra rami dei Fujiwara, principi imperiali, alti funzionari e grandi istituzioni buddhiste. Il buddhismo non era più soltanto una religione sostenuta da alcuni lignaggi: era divenuto una componente essenziale della protezione rituale dello Stato.
Shōmu aveva promosso un vasto programma religioso culminato nella costruzione del Tōdai-ji e della grande immagine bronzea del Buddha Vairocana. La cerimonia di apertura degli occhi della statua, celebrata nel 752, si svolse durante il regno di Kōken e riunì dignitari, monaci e delegazioni straniere. La sovrana proseguì la politica buddhista del padre e si presentò come garante di un ordine nel quale autorità monarchica e merito religioso erano strettamente connessi.
Il suo regno fu segnato dalla crescente influenza di Fujiwara no Nakamaro, favorito dell’imperatrice madre Kōmyō. Nel 758 Kōken abdicò in favore del principe Ōi, che salì al trono come imperatore Junnin. L’ex sovrana, tuttavia, non cessò di esercitare autorità. Dopo la morte di Kōmyō nel 760, i rapporti fra Kōken e Nakamaro si deteriorarono.
In questi anni acquistò influenza il monaco Dōkyō, al quale le fonti attribuiscono la guarigione dell’ex sovrana da una malattia. La natura precisa del loro rapporto non è documentabile oltre il legame politico e religioso attestato dalle cronache. La successiva storiografia ostile trasformò spesso Dōkyō in un seduttore e Kōken in una donna dominata dalla passione. Tali rappresentazioni risentono di tradizioni polemiche e di stereotipi elaborati da autori contrari all’ingresso di un religioso, privo di ascendenza imperiale, ai vertici dello Stato. Non esistono prove che consentano di presentare una relazione sessuale come fatto storico.
Nel 764 Fujiwara no Nakamaro tentò una ribellione, probabilmente con l’obiettivo di sottrarsi al crescente controllo dell’ex imperatrice e di consolidare la posizione di Junnin. La rivolta fallì; Nakamaro fu ucciso durante la fuga. Junnin venne deposto ed esiliato. Kōken tornò formalmente sul trono nel 765, assumendo il nome postumo di Shōtoku. La restaurazione dimostra che l’abdicazione non aveva annullato la sua legittimità dinastica e che ella disponeva di un proprio apparato di sostegno politico.
Durante il secondo regno, Dōkyō ricevette titoli sempre più elevati, fra cui quello di hōō, «re della Legge buddhista». Il culmine della crisi si verificò nel 769, quando dall’importante santuario di Usa Hachiman, nell’isola di Kyūshū, giunse un oracolo che sembrava autorizzare l’ascesa di Dōkyō al trono. Shōtoku inviò Wake no Kiyomaro a verificare il responso. Secondo lo Shoku Nihongi, Kiyomaro tornò con un secondo messaggio che affermava la necessità di mantenere la successione all’interno della linea imperiale.
La sequenza degli avvenimenti è attestata dalla cronaca ufficiale, ma le intenzioni dei protagonisti rimangono discusse. Non è possibile stabilire se Dōkyō abbia orchestrato personalmente il primo oracolo, se Shōtoku intendesse davvero nominarlo sovrano o se la vicenda rappresentasse un conflitto fra gruppi di corte che utilizzavano l’autorità religiosa di Hachiman. È invece certo che Dōkyō non divenne imperatore e che, dopo la morte di Shōtoku nel 770, fu allontanato dalla capitale.
Il trono passò al principe Shirakabe, imperatore Kōnin, appartenente a un ramo maschile della famiglia imperiale. Nessuna donna avrebbe più regnato per oltre otto secoli, sino all’ascesa di Meishō nel 1629. Questa lunga interruzione ha spinto alcuni studiosi a collegare direttamente la scomparsa delle sovrane allo scandalo di Dōkyō. La spiegazione è plausibile solo in parte. La crisi del 769 contribuì certamente a rendere sospetta una successione che potesse aprire la linea dinastica a un uomo esterno alla casa imperiale; tuttavia, l’esclusione delle donne non fu stabilita allora da una norma generale.
Il mutamento dipese anche dalla trasformazione delle strategie matrimoniali. Durante l’età di Heian, la famiglia Fujiwara consolidò il proprio potere facendo sposare le proprie figlie ai sovrani e governando come reggente per i nipoti maschi. In questo sistema, le principesse imperiali assunsero funzioni diverse: sacerdotesse, consorti, garanti di lignaggi e titolari di proprietà, ma non furono normalmente scelte come sovrane. L’assenza di imperatrici regnanti divenne gradualmente una consuetudine, non l’applicazione immediata di un antico divieto.
Meishō e Go-Sakuramachi dimostrano infatti che la possibilità non era stata completamente cancellata. Entrambe furono poste sul trono in circostanze dinastiche particolari e abdicarono in favore di successori maschi. Il divieto giuridico esplicito arrivò soltanto con la Legge della Casa imperiale del 1889, che limitò la successione ai discendenti maschi della linea maschile. La disciplina promulgata nel 1947 ha conservato questo principio.
Sovrane dimenticate o memoria selettiva?
Affermare che le antiche imperatrici furono completamente cancellate dalla memoria giapponese sarebbe inesatto. I loro nomi rimasero nelle genealogie ufficiali, nelle cronache, nei rituali commemorativi e nell’ordinamento tradizionale dei sovrani. Jitō compare inoltre come autrice nella grande antologia poetica Man’yōshū, mentre Suiko, Genmei e Shōtoku conservarono un posto preciso nella narrazione dinastica.
Ciò che avvenne fu piuttosto una progressiva reinterpretazione. Con l’affermarsi della successione maschile e patrilineare, i regni femminili vennero presentati come eccezioni, soluzioni provvisorie o strumenti destinati a preservare il trono per un uomo. La teoria della «sovrana intermedia» spiega effettivamente alcune successioni, ma non deve essere trasformata in una legge universale. Suiko governò per trentacinque anni; Saimei diresse una corte mobilitata per la guerra; Jitō fu protagonista della costruzione dello Stato; Genmei fondò una nuova capitale; Genshō presiedette alla maturazione dell’ordinamento ritsuryō; Kōken-Shōtoku sconfisse una ribellione e recuperò il trono.
Neppure è corretto descrivere l’antico Giappone come un matriarcato. Le sovrane appartenevano a una dinastia nella quale la discendenza paterna conservava un’importanza fondamentale. Nessuna di esse fondò una nuova linea trasmettendo stabilmente il trono ai figli di un uomo estraneo alla casa imperiale. Le donne potevano regnare, ma il matrimonio di una sovrana con un suddito avrebbe posto un problema alla continuità dinastica; non a caso, molte sovrane erano vedove o non sposate durante il regno. Gli studi sulla struttura della dinastia arcaica sottolineano che le principesse sposavano normalmente uomini appartenenti alla stessa casa imperiale e non membri ordinari dell’aristocrazia.
L’attuale ricerca storica tende quindi a evitare due estremi: da un lato, l’immagine di sovrane onnipotenti che proverebbero l’esistenza di un’antica società dominata dalle donne; dall’altro, quella di figure puramente decorative utilizzate da uomini più potenti. Il governo femminile appartenne alle possibilità istituzionali della monarchia antica. Esso operava entro vincoli genealogici, rituali e aristocratici, ma disponeva di una legittimità che soltanto nei secoli successivi sarebbe stata reinterpretata come eccezionale.
Le sei sovrane dell’età di Asuka e Nara non furono una parentesi marginale. Governarono proprio mentre la corte di Yamato ridefiniva i propri rapporti con la Cina e con la penisola coreana, elaborava codici, fondava capitali, costruiva templi, organizzava province e affidava alla scrittura la propria memoria. Il loro apparente oblio non deriva dalla mancanza di azione politica, ma dalla capacità delle tradizioni successive di trasformare una pratica un tempo possibile in un’anomalia da spiegare.
Il tema delle donne sul Trono del Crisantemo è tuttora oggetto di dibattito pubblico in Giappone, soprattutto dopo la drastica riduzione dei membri della Casa Imperiale. Le proposte di modifica della legge di successione sono state discusse più volte negli ultimi decenni, senza però giungere a una revisione dell’attuale normativa.
Glossario
Asuka (àsuca) – 飛鳥
Regione dell’attuale prefettura di Nara nella quale ebbero sede numerose residenze della corte fra il VI secolo e il 710. Il termine indica anche il periodo storico convenzionalmente compreso fra il 592 e il 710.
Baekje (pèkce) – 백제 / 百濟
Uno dei regni storici della penisola coreana. Intrattenne intensi rapporti diplomatici e culturali con la corte di Yamato e fu sconfitto nel 660 dalla coalizione fra Silla e la Cina Tang.
Daijō tennō (daigiò tennò) – 太上天皇
Titolo attribuito a un sovrano che aveva abdicato. Il detentore poteva conservare un’influenza politica e rituale considerevole.
Emishi (emìsci) – 蝦夷
Termine impiegato dalle fonti della corte per diverse popolazioni stanziate soprattutto nelle regioni nordorientali dell’arcipelago. La loro composizione e identità non possono essere ricondotte a un unico gruppo immutabile.
Fujiwara-kyō (fugiuàra-chiò) – 藤原京
Capitale inaugurata sotto Jitō nel 694. Fu uno dei primi grandi centri urbani pianificati della storia giapponese.
Fudoki (fudòchi) – 風土記
Descrizioni provinciali compilate dall’VIII secolo su ordine della corte. Registravano toponimi, risorse, prodotti, caratteristiche geografiche e tradizioni locali.
Hōō (hòo) – 法王
Letteralmente «re della Legge buddhista». Titolo di eccezionale prestigio conferito al monaco Dōkyō durante il regno di Shōtoku.
Heijō-kyō (heigiò-chiò) – 平城京
Capitale fondata nel 710 nell’area dell’odierna Nara. Rimase il principale centro politico del Giappone per gran parte del periodo Nara.
Kami (càmi) – 神
Entità divine o numinose della tradizione religiosa giapponese. Il termine comprende realtà differenti, legate a luoghi, fenomeni naturali, lignaggi e figure mitiche.
Kojiki (cògichi) – 古事記
«Memorie degli antichi eventi», opera completata nel 712. Raccoglie miti, genealogie e narrazioni dinastiche dalle origini del mondo sino all’inizio del VII secolo.
Man’yōshū (maniòscù) – 万葉集
«Raccolta delle diecimila foglie», grande antologia poetica compilata nell’VIII secolo. Conserva componimenti attribuiti a sovrani, aristocratici, funzionari e autori di diversa condizione sociale.
Mokkan (mòccan) – 木簡
Tavolette lignee utilizzate per registrare ordini, contabilità, etichette di merci, tributi e informazioni amministrative. I ritrovamenti archeologici costituiscono una fonte primaria per lo studio dello Stato antico.
Nihon shoki (nihòn sciòchi) – 日本書紀
«Cronache del Giappone», storia ufficiale completata nel 720. È una fonte fondamentale, ma deve essere analizzata criticamente perché organizzò il passato secondo le esigenze politiche e dinastiche dell’VIII secolo.
Ōkimi (òochimi) – 大王
«Grande re» o «grande sovrano». Titolo attestato per i monarchi di Yamato prima della piena affermazione di tennō.
Ritsuryō (ritsuriò) – 律令
Sistema politico e giuridico fondato su codici penali e amministrativi, elaborato sulla base di modelli continentali e adattato alle condizioni della monarchia giapponese.
Shoku Nihongi (sciòcu nihònghi) – 続日本紀
«Continuazione delle Cronache del Giappone», storia ufficiale completata nel 797. Copre gli anni dal 697 al 791 ed è la fonte narrativa principale per i regni di Genmei, Genshō e Kōken-Shōtoku.
Sumeramikoto (sumeramìcoto) – 天皇 / 皇尊
Forma giapponese antica di designazione del sovrano, utilizzata nelle fonti e nei titoli cerimoniali.
Tennō (tennò) – 天皇
Titolo del sovrano giapponese, generalmente tradotto «imperatore». La data della sua prima adozione stabile è oggetto di discussione, ma il titolo si consolidò nel corso del VII secolo.
Yamato (iamàto) – 倭 / 大和
Nome della regione centrale dalla quale emerse la dinastia imperiale e, per estensione, della formazione politica che precedette lo Stato giapponese centralizzato.
Yoshino (iòscino) – 吉野
Area montuosa a sud di Nara, dotata di forte valore rituale e dinastico. Jitō vi compì numerosi viaggi durante e dopo il proprio regno.
Bibliografia commentata
Aston, William George, trad., Nihongi: Chronicles of Japan from the Earliest Times to A.D. 697, 2 voll., London, Kegan Paul, 1896.
Traduzione inglese completa del Nihon shoki. Benché risalente alla fine dell’Ottocento e bisognosa di essere integrata con studi più recenti, rimane uno strumento essenziale per accedere alla principale cronaca dell’età di Asuka.
Brown, Delmer M., a cura di, The Cambridge History of Japan, vol. I: Ancient Japan, Cambridge, Cambridge University Press, 1993.
Opera collettiva fondamentale per la storia politica, istituzionale, religiosa ed economica del Giappone antico. I contributi collocano la formazione della monarchia nel più ampio contesto dell’Asia orientale.
Como, Michael, Shotoku: Ethnicity, Ritual, and Violence in the Japanese Buddhist Tradition, Oxford, Oxford University Press, 2008.
Analizza criticamente la costruzione della memoria del principe Shōtoku e il contesto religioso del periodo di Suiko. È particolarmente utile per distinguere la documentazione antica dalle elaborazioni agiografiche successive.
Duthie, Torquil, Man’yōshū and the Imperial Imagination in Early Japan, Leiden-Boston, Brill, 2014.
Studia il rapporto fra poesia, territorio e ideologia dinastica nell’antico Giappone. Offre un’analisi importante della rappresentazione della sovranità e del ruolo attribuito a luoghi come Yoshino.
Ebersole, Gary L., Ritual Poetry and the Politics of Death in Early Japan, Princeton, Princeton University Press, 1989.
Esamina il rapporto fra poesia rituale, morte sovrana e costruzione dell’autorità. Il volume è utile per comprendere la dimensione cerimoniale della monarchia e il ruolo delle donne della dinastia.
Farris, William Wayne, Sacred Texts and Buried Treasures: Issues in the Historical Archaeology of Ancient Japan, Honolulu, University of Hawai‘i Press, 1998.
Confronta fonti scritte e testimonianze archeologiche, mostrando le difficoltà metodologiche della ricostruzione del Giappone antico. Particolarmente rilevante per capitali, amministrazione e cultura materiale.
Heldt, Gustav, trad., The Kojiki: An Account of Ancient Matters, New York, Columbia University Press, 2014.
Traduzione moderna e filologicamente aggiornata del Kojiki. Permette di analizzare la costruzione delle genealogie divine e umane sulla quale si fondò la legittimazione della dinastia.
Inoue, Mitsusada et al., trad., The Chronicle of Japan: The Shoku Nihongi, Tokyo, University of Tokyo Press, edizione inglese parziale.
Lo Shoku Nihongi costituisce la fonte ufficiale primaria per gran parte dell’VIII secolo. È indispensabile per i regni di Genmei, Genshō e soprattutto Kōken-Shōtoku e per la vicenda di Dōkyō.
Ooms, Herman, Imperial Politics and Symbolics in Ancient Japan: The Tenmu Dynasty, 650–800, Honolulu, University of Hawai‘i Press, 2009.
Studio centrale sulla dinastia di Tenmu e sui meccanismi simbolici, rituali e politici della sovranità. Dedica particolare attenzione a Jitō e alla costruzione dell’ordine imperiale fra VII e VIII secolo.
Piggott, Joan R., The Emergence of Japanese Kingship, Stanford, Stanford University Press, 1997.
Una delle più autorevoli monografie sulla formazione della monarchia di Yamato. Ricostruisce l’evoluzione della regalità attraverso fonti archeologiche, epigrafiche e narrative, evitando di retrodatare istituzioni posteriori.
Sansom, George, A History of Japan to 1334, Stanford, Stanford University Press, 1958.
Sintesi classica della storia giapponese antica e medievale. Alcune interpretazioni sono state aggiornate dalla ricerca successiva, ma il volume conserva valore per l’inquadramento politico generale.
Tsurumi, E. Patricia, “Japan’s Early Female Emperors”, Historical Reflections / Réflexions Historiques, vol. 8, n. 1, 1981, pp. 41–49.
Saggio specificamente dedicato alle prime sovrane. Discute il loro ruolo politico e la teoria secondo cui avrebbero esercitato soprattutto una funzione di raccordo fra successori maschi.
Varley, H. Paul, trad., A Chronicle of Gods and Sovereigns: Jinnō Shōtōki of Kitabatake Chikafusa, New York, Columbia University Press, 1980.
Edizione inglese di una cronaca dinastica del XIV secolo. Pur essendo molto posteriore agli eventi, è utile per studiare come il Giappone medievale reinterpretò la successione e la legittimità dei sovrani antichi.
Yoshie, Akiko, “The Case of Himiko, Ruler of Yamatai”, in studi sulla storia delle donne nell’antico Giappone.
Il lavoro colloca le sovrane storiche nel più ampio problema della leadership femminile nell’arcipelago, mettendo in relazione le imperatrici con le testimonianze precedenti relative a Himiko e ad altre governanti locali.
Gina L. Barnes, State Formation in Japan (Routledge), fondamentale per la nascita dello Stato di Yamato.
Gina L. Barnes, Archaeology of East Asia, utile per l’inquadramento archeologico.


