Le notti di Kyoto: Il sentiero dei cervi e dei ricordi
Era un giorno di metà aprile, uno di quei giorni in cui Kyoto sembra trattenere il respiro tra la fine della fioritura dei ciliegi e l’inizio del verde nuovo. L’aria del mattino aveva ancora una freschezza sottile ma la luce aveva già mutato tono: non più il bianco incerto dell’inverno, non ancora il fulgore pieno dell’estate. Erano passati mesi dal giorno in cui Aya, l’autunno precedente, aveva parlato con sua madre di un possibile viaggio a Nara, per andare a fare visita a nonna Saeko.
Finalmente, dopo mesi di impegni con la taverna, si era creata la possibilità di andare a trovare la nonna per qualche giorno.
In quel periodo d’attesa, le sue notti erano state popolate da strani sogni, sogni in cui c’era sempre quella strana pietra verde sospesa sopra le acque di un grande lago.
Una pietra sospesa sopra la superficie immobile del lago. Non cadeva, brillava pulsando; qualcuno la chiamava.
La mattina della partenza, preparatasi, scese in cucina per la colazione. Papà era già andato al lavoro e aveva lasciato sul tavolo un foglietto scritto a mano “Saluta la nonna. Fai attenzione per strada. Papà.”
Hana era di spalle, i capelli raccolti in modo semplice, il grembiule allacciato con la consueta precisione di chi trova pace nei gesti ripetuti. Sul tavolo aveva disposto una colazione abbondante per Aya.
Hana le porse il tè. «Mangia. Non è un viaggio lungo ma meglio farlo a stomaco pieno.»
Aya rise appena, per qualche minuto rimasero lì, nel suono quieto delle bacchette, nella pace domestica della loro casa.
Fu proprio mentre la ragazza infilava le scarpe all’ingresso che Yoru, ancora assonnato, comprese che qualcosa non andava.
Le si avvicinò con passo misurato e diffidente. I suoi occhi verde giada la fissavano con l’attenzione severa di un piccolo guardiano antico. Aya si chinò per accarezzarlo tra le orecchie.
«Resterò via qualche giorno» mormorò. «Vado a trovare la nonna.»
Yoru colpì il pavimento con la coda.
«No, tu resti qui.»
Il gatto sollevò il muso con un’espressione evidentemente indignata. Aya sospirò. «Non fare così. Si tratta solo di pochi giorni. Tu resta qui e fa la guardia.»
Nessuna risposta. Solo la punta della coda che tremò appena. Poi fu attratto dalla sua colazione che Hana gli aveva messo nella ciotola. Miagolò in tono che pareva di rimprovero verso Aya, e si dedicò alla sua pappa.
Salutata la mamma e Yoru, Kyoto le si aprì davanti in una luce fresca e pulita. Scelse il treno. Sarebbe stato più semplice, più lineare, più silenzioso dell’autobus. Dalla stazione di Kyoto, Aya raggiunse i binari della JR Nara Line e prese un Miyakoji Rapid diretto a JR Nara Station, il collegamento più rapido e naturale tra Kyoto e Nara in giornata.
Sul marciapiede c’era la vita ordinaria del Giappone di ogni giorno: studenti con la borsa a tracolla, una coppia di anziani, un impiegato già stanco prima ancora di iniziare davvero la giornata, una giovane madre che sistemava il cappellino al figlio. Aya li osservò, senza vederli davvero, la sua mente era altrove, i pensieri trasportati dal vento leggero che correva lungo i binari.
Ripensò all’ultimo incontro con il fantasma di Ono-no-Komachi. Aya ricordava una cosa fuori da ogni logica – se di logica si poteva parlare per i fatti del mondo degli spiriti. Una cosa quasi impossibile. La paura.
Che un fantasma potesse essere triste, sì. Che fosse enigmatico, certo. Che portasse con sé il profumo dei secoli e una bellezza ormai consumata dalla memoria, questo poteva comprenderlo. Ma che avesse paura; quello continuava a sembrarle contro natura.
Cosa poteva terrorizzare uno spirito, forse quello spirito fuggito dallo Yomi cui accennava Komachi?
Il treno giunse in perfetto orario. Durante il viaggio Aya osservò Kyoto fuori dal finestrino in una successione di elementi quotidiani: condomini bassi, tetti di tegole, recinzioni, scorci di cortili dove il bucato già si muoveva nel vento. Poi il paesaggio mutò lentamente. La città cedette terreno a zone più aperte, a tratti ferroviari costeggiati da case rade, piccoli appezzamenti, e più oltre a quella campagna del Kansai che in aprile ha una delicatezza unica. Ogni tanto, tra una stazione e l’altra, apparivano colline lontane, fasce di verde, filari, lembi di sobborghi dove la vita sembrava più lenta.
Aya socchiuse un attimo gli occhi e le tornarono in mente le parole di Komachi: “Vai a Nara. Da tua nonna, Saeko.”.
Perché proprio sua nonna? Perché Saeko, che ai suoi ricordi d’infanzia apparteneva soprattutto come presenza calda e piena di serenità. Cosa poteva sapere la mite Saeko che aveva a che fare con le strane capacità di Aya?
Il treno giunse puntuale alla JR Nara Station, e in lei si spalancò una porta, quella dei ricordi d’infanzia. Rivide i cervi che avanzavano verso di lei con aria innocente e intenzioni da ladri consumati – ben consci che avrebbero potuto ottenere del cibo. Sentì anche la voce di Saeko che rideva piano dicendo di stare attenta ai suoi dolcetti, perché lì i veri padroni non erano gli uomini ma gli animali sacri di Kasuga.
Uscì dalla stazione e si fermò un momento.
L’aria di Nara aveva qualcosa di diverso rispetto a quella di Kyoto. Qualcosa di inesplicabile. Era un’atmosfera differente.
Aya si incamminò a piedi verso la casa della nonna, nella zona di Naramachi, nella Nara più antica.
Camminando, seguì il tracciato dei suoi ricordi di bambina. Lungo Sanjō-dōri le tornò in mente una mattina lontana, quando teneva la mano della nonna e cercava di stare al passo con lei per arrivare dai cervi. Allora le sembrava che Nara fosse immensa. Ora le pareva molto più piccola.
Lasciata la strada principale, entrò nelle vie più discrete di Naramachi. Le case erano più basse e più intime. Erano caratterizzate da quella bellezza unica che lo scorrere del tempo sa dare alle cose quando queste sono vive e custodi delle voci del passato. Aya rallentò.
La casa apparve infine dietro una leggera curva, con il piccolo giardino anteriore che Aya ricordava molto più grande. Era passato tanto tempo. Nei suoi ricordi tutto sembrava uguale, eppure era diverso.
Aya si fermò davanti. Ferma ad osservare. Trattenne un po’ il respiro e le sembrò che la primavera stessa lo stesse trattenendo con lei. Davanti a quella casa c’erano il passato, l’infanzia, la tenerezza. Ma forse c’era anche il principio di qualcosa di misterioso e ignoto.
Si riprese dal flusso di pensieri e ricordò con chiarezza che non stava andando semplicemente a trovare sua nonna. Stava cercando delle risposte.
Aya sollevò lo sguardo verso l’ingresso.
Suonò il campanello.
Saeko aprì la porta, sorrise alla nipote e i loro sguardi intensi si incrociarono.
Nonna e nipote avevano entrambe occhi verdi. Verdi come smeraldi.
Non videro, entrando in casa, dietro il folto cespuglio di azalee sul lato del sentiero, i due occhi immobili che le osservavano dall’ombra.
Occhi fissi su di loro, occhi neri come la notte più buia.
Occhi che attendevano, con calma, nell’ombra.
Continua la prossima settimana…
つづく


