Le notti di Kyoto: l’incontro nel boschetto dei “Sogni perduti”
Quando Aya spense l’ultima lampada dell’izakaya (居酒屋), l’orologio dietro il banco aveva oltrepassato da pochi minuti l’una di notte e il locale, che dalle sei del pomeriggio aveva accolto il consueto alternarsi di avventori, conversazioni, stoviglie e ordinazioni, era finalmente tornato a quella quiete che soltanto chi vi trascorreva molte ore poteva conoscere davvero. Gli ultimi clienti se n’erano andati da poco, sollevando la tenda noren dell’ingresso prima di disperdersi nelle strade ormai quasi deserte, e Aya, dopo avere rimesso in ordine il banco, controllato la cucina e verificato che ogni cosa fosse al proprio posto, aveva girato la chiave nella serratura con il sollievo tranquillo di chi conclude un rito ripetuto tante volte da non aver più bisogno di pensarvi.
L’izakaya sorgeva accanto alla Tsuki no Yado (月の宿), la Locanda della Luna, e chi non conosceva bene i due edifici avrebbe potuto considerarli parte di una medesima attività, perché le loro pareti quasi si toccavano e una piccola porta interna permetteva di passare dall’uno all’altra senza uscire sulla strada. Entrambe le strutture appartenevano alla signora Akiko, un’anziana amica del padre di Aya, alla quale la giovane era legata da un rapporto di fiducia che affondava le proprie radici negli anni precedenti; era stata proprio Akiko, conoscendone il carattere e sapendo quanto potesse contare sulla sua serietà, ad affidarle la gestione dell’izakaya, lasciando invece la locanda sotto la propria responsabilità. Le due attività conservavano così una vita distinta, con ingressi separati, clienti diversi e ritmi che raramente coincidevano, mentre soltanto quella porticina discreta, conosciuta dagli abituali frequentatori della casa ma quasi invisibile agli occhi degli estranei, manteneva fra esse un collegamento che Aya aveva sempre trovato insieme pratico e rassicurante.
Prima di uscire controllò ancora una volta che fosse chiusa, quindi attraversò il locale ormai immerso nella penombra e raggiunse l’ingresso principale, dove Yoru la attendeva come quasi ogni notte, seduto accanto allo stipite con la coda raccolta intorno alle zampe. Il suo pelo nero si confondeva tanto bene con l’oscurità che soltanto gli occhi, di un verde intenso simile alla giada quando vi cadeva sopra la luce, tradivano la presenza del piccolo animale.
«Hai aspettato anche stasera», gli disse Aya, mentre chiudeva la porta alle proprie spalle.
Yoru socchiuse lentamente gli occhi, e Aya, che da tempo aveva rinunciato a stabilire se quell’espressione fosse davvero una risposta oppure soltanto il risultato della propria abitudine a interpretare ogni movimento del gatto, gli rivolse un sorriso prima di avviarsi lungo la strada.
L’aria della notte era fresca e piacevole, soprattutto dopo le molte ore trascorse fra il calore della cucina e la presenza degli avventori, e Aya respirò profondamente mentre si lasciava alle spalle il locale. Non aveva ancora sonno e, come accadeva spesso dopo la chiusura, desiderava camminare per qualche tempo prima di rincasare, perché quelle passeggiate tardive le permettevano di liberarsi lentamente delle voci ascoltate durante la sera, delle ordinazioni, dei sorrisi rivolti per cortesia e delle piccole preoccupazioni che, durante il lavoro, era costretta a lasciare in disparte.
Yoru conosceva quell’abitudine e la seguì senza bisogno di essere chiamato, avanzando ora accanto a lei, ora qualche passo più avanti, con quella sicurezza silenziosa che appartiene ai gatti quando attraversano luoghi nei quali si sentono padroni almeno quanto gli esseri umani.
A poco a poco le vie più illuminate rimasero alle loro spalle e Kyoto parve mutare aspetto. I rumori del giorno si erano ritirati insieme alla folla, lasciando emergere il fruscio degli alberi, l’acqua che scorreva in qualche canale poco distante e il suono occasionale di passi troppo lontani perché se ne potesse distinguere la provenienza. Aya procedeva senza una meta prestabilita, scegliendo le strade secondo l’impulso del momento, finché le case cominciarono a diradarsi e la vegetazione divenne più fitta.
Fu allora che raggiunse il piccolo boschetto di bambù che alcuni chiamavano 失われた夢, Ushinawareta Yume, «I Sogni perduti».
Aya non aveva mai saputo con certezza da dove provenisse quel nome né chi lo avesse adoperato per primo. Il luogo non aveva nulla della fama dei boschi di bambù che richiamavano visitatori nella zona di Arashiyama, e le sue dimensioni erano assai più modeste; proprio per questo, tuttavia, conservava una grazia appartata che Aya preferiva alla bellezza celebrata e continuamente fotografata dei luoghi più conosciuti. Vi si inoltrava un sentiero stretto, appena sufficiente al passaggio di due persone, mentre i bambù si levavano ai lati con una densità che durante il giorno filtrava la luce e che, di notte, trasformava il percorso in una successione di chiarori e ombre.
Aya vi era passata molte volte e conosceva abbastanza bene la disposizione del sentiero da non provare alcuna inquietudine, eppure quella notte Yoru, appena raggiunto l’ingresso del boschetto, rallentò fino quasi a fermarsi.
Ella se ne accorse soltanto dopo qualche passo e, voltandosi, lo vide immobile con il muso rivolto verso le prime file di bambù, le orecchie tese come quando percepiva qualcosa che sfuggiva all’udito umano.
«Che cosa c’è?» gli domandò, abbassando la voce quasi per rispetto verso il silenzio del luogo.
Il gatto non si mosse subito, e Aya seguì la direzione del suo sguardo, cercando fra le canne e le ombre qualche animale o qualche presenza che potesse spiegare quella cautela. Non vide nulla di insolito, se non la luna che penetrava fra le chiome e lasciava sul terreno macchie pallide, continuamente deformate dal lento movimento delle foglie.
Quando Yoru riprese infine ad avanzare, Aya lo seguì, sorridendo della propria momentanea esitazione; eppure, dopo avere percorso soltanto una parte del sentiero, comprese che quella notte qualcosa appariva realmente diverso.
Tra i bambù, oltre una curva, tremava una luce che non poteva appartenere alla luna.
Era troppo calda e troppo bassa, simile a quella di una piccola lanterna, e si distingueva appena fra le canne che il vento faceva oscillare lentamente. Aya rallentò, mentre Yoru tornava a camminarle accanto, e soltanto quando ebbero superato la curva riuscì a scorgere con chiarezza la sorgente di quel chiarore.
Una lanterna era posata a terra presso le radici affioranti di un grande albero, e accanto ad essa sedeva una donna.
Prima ancora della presenza della sconosciuta, fu proprio quell’albero a suscitare in Aya una sensazione difficile da spiegare. Il tronco era largo, segnato da profonde irregolarità, e alcune radici emergevano dal terreno con tale imponenza che avrebbero dovuto essere impossibili da dimenticare; tuttavia Aya, che conosceva quel tratto del boschetto e lo aveva percorso molte volte, non riusciva a ricordare di averlo mai visto.
La donna sembrava non essersi accorta del loro arrivo, oppure possedeva abbastanza sicurezza da non avere bisogno di mostrarlo. I lunghi capelli color rame scendevano sciolti sulle spalle e lungo la schiena, mentre la luce della lanterna vi accendeva riflessi più chiari sulle punte; indossava un kimono chiaro decorato con delicati fiori di susino, il cui disegno si distingueva appena quando il tessuto si muoveva al soffio leggero del vento.
Aya rallentò ancora, trattenuta da quella naturale prudenza che suggerisce di non disturbare uno sconosciuto incontrato nel cuore della notte, ma la donna sollevò il viso proprio in quell’istante e rivolse verso di lei uno sguardo tranquillo, accompagnato da un sorriso nel quale non vi era né sorpresa né diffidenza.
«È raro avere ospiti in un luogo come questo», disse.
La sua voce era dolce e ferma, priva di quella cautela con cui due sconosciuti solitamente si rivolgono la parola, e Aya, che per un momento aveva pensato di limitarsi a un saluto, guardò istintivamente alle proprie spalle quasi volesse accertarsi che la donna stesse davvero parlando con lei.
«Non pensavo di essere un’ospite», rispose.
La sconosciuta inclinò appena il capo, continuando a sorridere.
«Quasi nessuno lo pensa quando arriva.»
Aya non seppe stabilire perché quella risposta, che avrebbe potuto indurla a proseguire il cammino senza indugio, producesse invece l’effetto contrario. Avanzò lentamente, mentre Yoru rimaneva più vicino del solito alle sue gambe, e raggiunse il grande albero sotto il quale la donna sedeva.
«È tuo?» domandò la sconosciuta, volgendo lo sguardo verso il gatto.
«Yoru non appartiene a nessuno», rispose Aya. «Al massimo ha deciso di vivere con me.»
Il sorriso della donna si fece più aperto.
«Allora dev’essere stato lui a scegliere te.»
Aya rise piano e, quasi senza accorgersene, sentì diminuire la diffidenza che l’aveva accompagnata fino a quel momento. La sconosciuta si spostò leggermente, lasciando libero un tratto della grande radice che emergeva dal terreno, e Aya, dopo una breve esitazione, le domandò se poteva sedersi.
«Se non potessi, non mi sarei spostata», rispose la donna con una semplicità che avrebbe potuto sembrare scortese e che, pronunciata da lei, risultò invece stranamente naturale.
Aya prese posto accanto alla sconosciuta, mentre Yoru rimase ai loro piedi, e la conversazione che seguì assunse ben presto una familiarità che ella avrebbe trovato difficile spiegare. Nessuna delle due aveva ancora pronunciato il proprio nome, eppure parlavano con la libertà di persone che si fossero incontrate molte volte; la donna non le domandò perché camminasse sola a quell’ora né da dove provenisse, e Aya, quasi contagiata da quella insolita mancanza di curiosità, non le chiese a sua volta chi fosse.
Parlarono invece di Kyoto, ma la sconosciuta sembrava conoscere la città attraverso una memoria diversa da quella degli abitanti comuni. Non nominava soltanto strade, templi o quartieri; ricordava case nelle quali qualcuno aveva atteso invano un ritorno, giardini in cui due amanti si erano incontrati per anni senza essere scoperti, ponti attraversati da uomini che avevano preso una decisione capace di mutare il resto della loro vita. Ogni luogo, nella sua voce, sembrava conservare le tracce di coloro che vi erano passati, come se la città non fosse composta soltanto di pietre, legno e strade, bensì anche di desideri, rimpianti e ricordi che il tempo non era riuscito a cancellare del tutto.
Aya la ascoltò per qualche tempo, combattuta fra interesse e incredulità, finché le domandò se quelle storie fossero realmente accadute.
«Se qualcuno continua a ricordarle», rispose la donna, «forse la loro verità è più ostinata di quanto crediamo.»
«Questo non significa necessariamente che siano vere.»
«Sei severa.»
«Gestisco un izakaya. Se dovessi accettare come vero tutto ciò che gli uomini ricordano dopo aver bevuto, ogni sera avrei almeno cinque clienti convinti di essere stati il grande amore di donne che non li hanno mai conosciuti.»
La donna rise, e la sua risata, bassa e limpida, sembrò confondersi per un istante con il fruscio dei bambù.
«Mi piaci, Aya.»
Soltanto allora ella si rese conto che non aveva pronunciato il proprio nome.
Il pensiero le attraversò la mente con una tale chiarezza da cancellare per qualche momento il sorriso dalle sue labbra. Avrebbe voluto domandare alla donna come facesse a conoscerlo, ma qualcosa la trattenne, forse perché, per la prima volta dall’inizio della conversazione, intuì che quell’incontro poteva obbedire a regole delle quali lei ignorava ancora perfino l’esistenza.
Yoru sollevò lentamente il capo e fissò la sconosciuta.
La donna, tuttavia, sembrò non accorgersi del mutamento e proseguì il proprio racconto, parlando di sogni dimenticati durante il sonno e ritrovati molti anni più tardi, quando chi li aveva avuti non era più capace di riconoscerli; raccontò di presenze che percorrevano certe strade nelle ore in cui gli uomini dormivano e di incontri che potevano avvenire soltanto quando la luna, la stagione e il caso disponevano le cose secondo un ordine incomprensibile agli esseri umani.
Alcune di quelle storie ricordavano ad Aya racconti ascoltati durante l’infanzia, mentre altre le erano completamente sconosciute, e proprio quando ella cominciava a chiedersi da quanto tempo fossero sedute insieme, la donna tacque improvvisamente, volgendo lo sguardo verso la parte più fitta del boschetto.
«Domattina qui ci sarà un matrimonio», disse infine.
Aya la guardò, credendo dapprima di avere frainteso.
«Qui, nel boschetto?»
«Proprio qui.»
La risposta arrivò con una naturalezza tale da rendere ancora più singolare l’annuncio. Aya guardò intorno a sé, cercando qualche traccia di preparativi, corde, addobbi o altri segni di una cerimonia imminente, ma intorno a loro vi erano soltanto i bambù, il sentiero e la terra scura.
«Di chi sarà il matrimonio?»
La donna non rispose immediatamente e rivolse invece lo sguardo verso Yoru, che continuava a osservarla senza distogliere gli occhi.
«Tu non sei stata invitata.»
«Non ho detto di esserlo.»
«Lo so.»
Aya attese per qualche istante, poi, vedendo che la sconosciuta non aggiungeva altro, le domandò perché le avesse parlato di quella cerimonia.
«Perché domani sarebbe meglio che tu non venissi.»
Il tono era rimasto sereno, privo di minaccia, e proprio quella calma rese l’avvertimento più difficile da ignorare.
«Per quale ragione?»
La donna abbassò gli occhi sulle proprie mani e sfiorò lentamente uno dei fiori di susino ricamati sul kimono.
«Perché non è un’occasione destinata agli esseri umani.»
Il vento si sollevò fra le canne di bambù e per qualche istante il boschetto si riempì del loro lieve urto reciproco, un suono asciutto e irregolare che Aya aveva udito molte volte e che quella sera le parve stranamente estraneo. Avvertì il fresco sulle braccia e si accorse che Yoru si era alzato.
La donna, intanto, aveva rivolto il viso verso il cielo.
«È bella, vero?» domandò.
Aya seguì istintivamente il suo sguardo.
«Che cosa?»
«La luna, ragazzina.»
Il termine avrebbe potuto infastidirla se fosse stato pronunciato da un’altra persona, mentre nella voce della sconosciuta possedeva qualcosa di così remoto e naturale che Aya ebbe l’impressione, improvvisa e inspiegabile, che fra loro esistesse una differenza d’età assai maggiore di quella suggerita dal volto della donna.
«Sì, è bella.»
La sconosciuta continuò a osservarla.
«Gli uomini la guardano da molto tempo e continuano a credere che sia sempre la stessa.»
Aya avrebbe voluto chiederle che cosa intendesse, ma in quel momento la donna si alzò, raccogliendo la lanterna con un gesto lento e composto, e fu soltanto allora che ella comprese come l’incontro stesse per terminare.
«Te ne vai?» domandò.
«Dovresti farlo anche tu.»
Aya si alzò a sua volta, ancora trattenuta dalla sensazione di avere lasciato senza risposta troppe domande.
«Aspetta. Non mi hai neppure detto come ti chiami.»
La donna sollevò appena le sopracciglia.
«È vero, non te l’ho detto.»
La risposta strappò ad Aya un sorriso, benché l’inquietudine non fosse scomparsa, e la sconosciuta ricambiò quell’espressione prima di inclinare lievemente il capo in segno di saluto.
Aya fece altrettanto.
Proprio in quell’istante Yoru emise un suono basso, diverso dal normale miagolio, e il suo corpo si irrigidì mentre lo sguardo rimaneva fisso su qualcosa che si trovava dietro la donna.
Aya seguì la direzione dei suoi occhi e vide allora, sotto il margine posteriore del kimono, ciò che fino a quel momento era rimasto nascosto.
Una coda folta emergeva dal tessuto e scendeva quasi fino a terra, muovendosi lentamente da un lato all’altro; il pelo, illuminato dalla lanterna e dalla luna, assumeva riflessi dorati che sembravano accendersi a ogni movimento.
Aya rimase immobile, e le storie ascoltate molti anni prima, storie di volpi capaci di assumere sembianze umane, di creature che potevano vivere accanto agli uomini senza appartenere davvero al loro mondo, tornarono alla memoria con una precisione che la sorprese.
«Una kitsune…» mormorò.
La donna non confermò né negò, limitandosi ad abbassare lo sguardo verso Yoru con un’espressione quasi divertita.
«Tu sei più attento di lei», disse al gatto.
Poi sollevò la lanterna e si avviò fra i bambù, abbandonando il sentiero nel punto in cui Aya avrebbe giurato che non esistesse alcun passaggio. Le canne parvero piegarsi appena prima che ella le raggiungesse e richiudersi lentamente dietro di lei, finché la luce della lanterna rimase visibile soltanto come un tenue chiarore dorato che si allontanava nell’oscurità.
Aya fece istintivamente un passo nella sua direzione, ma Yoru le attraversò il cammino e la costrinse a fermarsi.
La voce della donna giunse allora da un punto impossibile da determinare, ormai lontano e insieme sorprendentemente vicino.
«Ci rivedremo quando la luna sarà ancora piena.»
Dopo quelle parole il chiarore scomparve e il boschetto tornò alla quiete precedente, come se nessuno fosse mai passato fra quei bambù.
Aya rimase per qualche tempo accanto al grande albero, cercando di ordinare quanto aveva appena visto e sentito, mentre una parte della sua mente tentava ancora di convincerla che la stanchezza, la notte e il gioco incerto delle luci potessero avere trasformato un incontro insolito in qualcosa di molto diverso.
Fu Yoru a interrompere quella esitazione, avviandosi lungo il sentiero dal quale erano arrivati e voltandosi dopo alcuni passi per controllare se la sua compagna lo stesse seguendo.
Aya fece per raggiungerlo, ma un pensiero improvviso la indusse a guardare ancora una volta verso il luogo nel quale aveva trascorso tanto tempo conversando con la sconosciuta.
Il grande albero non c’era più.
Al suo posto si levavano soltanto i bambù, così vicini gli uni agli altri che sarebbe stato impossibile immaginare fra essi un tronco delle dimensioni di quello sul quale, pochi istanti prima, Aya aveva appoggiato la schiena. Ella tornò indietro di qualche passo, osservò il terreno e cercò almeno le radici sulle quali era rimasta seduta, ma non trovò né solchi né terra smossa.
Yoru miagolò piano alle sue spalle.
«L’hai visto anche tu», disse Aya, senza staccare gli occhi da quel punto.
Il gatto la osservò in silenzio e, per quanto ella fosse consapevole dell’assurdità del pensiero, ebbe l’impressione che proprio quel silenzio costituisse una risposta più eloquente di qualunque suono.
Riprese infine il cammino verso casa, cercando di concentrarsi sull’avvertimento ricevuto. La donna era stata chiara: la mattina seguente nel boschetto avrebbe avuto luogo un matrimonio, e quella cerimonia non era destinata agli esseri umani. Aya sapeva che la scelta più ragionevole sarebbe stata obbedire, dimenticare il sentiero almeno per un giorno e conservare l’incontro come una di quelle esperienze su cui è meglio non interrogarsi troppo a lungo.
Riprese infine il cammino verso casa, cercando di persuadersi che la cosa più ragionevole fosse attenersi all’avvertimento ricevuto. La donna era stata chiara: la mattina seguente, nel boschetto, avrebbe avuto luogo un matrimonio al quale gli esseri umani non erano ammessi, e Aya avrebbe fatto meglio a evitare quel sentiero almeno per un giorno, lasciando che l’incontro appena vissuto rimanesse fra quelle esperienze su cui è meglio non interrogarsi troppo a lungo. Era un proposito sensato, e per qualche minuto tentò sinceramente di considerare chiusa la questione, mentre Yoru procedeva al suo fianco e il fruscio dei bambù si affievoliva alle loro spalle.
Quanto più si allontanava dal Boschetto dei Sogni perduti, tuttavia, tanto meno riusciva a liberarsi da una contraddizione che durante l’incontro, distratta dalla singolarità di quanto stava accadendo, non aveva avuto modo di considerare. Se quella donna desiderava realmente impedirle di assistere alla cerimonia, perché rivelargliene l’esistenza? Sarebbe bastato tacere, lasciarla proseguire nella sua passeggiata e permetterle di tornare a casa senza sapere che l’indomani, fra quei bambù, sarebbe accaduto qualcosa che agli uomini doveva rimanere nascosto. A rendere il dubbio ancora più insistente contribuiva il ricordo del momento in cui la sconosciuta l’aveva chiamata per nome, benché Aya fosse certa di non essersi mai presentata; e allora la domanda sul matrimonio finiva inevitabilmente per cedere il posto a un’altra, alla quale era assai più difficile sottrarsi: perché quella creatura aveva scelto di mostrarsi proprio a lei?
Le prime case erano ormai ricomparse lungo la strada e Kyoto, liberandosi gradualmente dall’aspetto inconsueto che aveva assunto nel boschetto, tornava a offrirle la familiarità dei luoghi conosciuti. Aya avrebbe voluto che anche i propri pensieri seguissero la stessa trasformazione, eppure continuava a ricordare con troppa precisione il calore della lanterna sul viso, la ruvidità della grande radice sotto le dita, i fiori di susino sul kimono della sconosciuta e, soprattutto, quella coda folta dai riflessi dorati che Yoru aveva scorto prima di lei. Persino l’albero, scomparso senza lasciare traccia nel punto in cui entrambi lo avevano visto, opponeva alla ricerca di una spiegazione razionale un particolare concreto e ostinato, qualcosa che Aya poteva ancora ricordare sotto il palmo della mano e contro la schiena.
Quando passarono nuovamente nei pressi della Tsuki no Yado (月の宿), la Locanda della Luna, e dell’izakaya, ormai chiuso e immerso nell’oscurità, Aya rivolse quasi involontariamente uno sguardo alle due costruzioni, benché non avesse alcuna ragione per fermarsi. La sua giornata di lavoro era terminata da tempo e la casa nella quale viveva con i genitori si trovava poco distante, raggiungibile attraverso strade che avrebbe saputo percorrere quasi a occhi chiusi; quella sera, tuttavia, persino quei pochi minuti le parvero sufficienti perché il pensiero tornasse più volte alla donna dai capelli color rame, alla coda dorata comparsa sotto il kimono e alla calma con cui aveva parlato di un matrimonio proibito agli esseri umani.
Yoru, al contrario, sembrava avere accolto quanto era accaduto con la serenità propria della sua natura e camminava accanto ad Aya senza manifestare alcuna inquietudine. Ella lo osservò per qualche momento prima di dichiarare, con un tono deliberatamente fermo, che l’indomani non sarebbero tornati nel boschetto; il gatto sollevò verso di lei gli occhi color giada, trattenendoli per qualche istante sul suo viso, quindi riprese il cammino senza concederle altra risposta. Aya conosceva abbastanza bene quell’animale da sapere quanto fosse inutile pretendere da lui approvazione o obbedienza, ma conosceva altrettanto bene se stessa e preferì non domandarsi, almeno per quella notte, quanto sarebbe stata salda la propria decisione al risveglio.
Giunsero infine a casa quando tutto intorno regnava ormai il silenzio. Aya entrò con cautela, richiudendo piano la porta affinché il rumore non svegliasse i genitori, che a quell’ora dormivano già da tempo, e attraversò gli ambienti familiari quasi al buio, guidata dalla memoria dei gesti quotidiani e dal debole chiarore che filtrava dall’esterno. Yoru la seguì con la consueta discrezione fin nella sua stanza, dove Aya, dopo essersi preparata per la notte, distese il futon e vi si coricò, avvertendo finalmente tutta la stanchezza accumulata durante le lunghe ore trascorse all’izakaya e quella successiva, più sottile, provocata dall’incontro nel boschetto.
Yoru compì ancora qualche passo sul tatami, quindi si sistemò ai piedi del futon e, dopo avere girato un paio di volte su se stesso alla ricerca della posizione che riteneva più comoda, si accovacciò con il muso rivolto verso Aya. Ella rimase per qualche tempo a osservare nel buio il profilo appena distinguibile delle sue orecchie, mentre i lievi rumori della casa e quelli più lontani della notte si confondevano in quella quiete domestica che, a poco a poco, sembrava restituire alle cose il loro ordine consueto. Il sonno cominciava ormai a prevalere e le immagini dell’incontro perdevano lentamente la loro successione, mescolandosi ai primi frammenti indistinti del sogno; tuttavia, proprio mentre gli occhi le si chiudevano e il respiro assumeva il ritmo tranquillo del riposo, tornò per un’ultima volta alla sua mente il riflesso dorato intravisto sotto il kimono della sconosciuta, insieme al ricordo di quella voce che conosceva il suo nome e le aveva parlato di un matrimonio al quale nessun essere umano avrebbe dovuto assistere.
«…una kitsune…», pensò Aya, ormai sospesa sulla soglia del sonno, mentre ancora per un istante si domandava perché quella creatura avesse voluto mostrarsi proprio a lei.
Poco dopo dormiva profondamente sul suo futon e Yoru, raccolto ai suoi piedi, aveva a sua volta chiuso gli occhi, mentre fuori dalla casa la notte di Kyoto proseguiva quieta e il Boschetto dei Sogni perduti attendeva il mattino e quel misterioso matrimonio del quale Aya, nonostante l’avvertimento ricevuto, conosceva ormai l’esistenza.
– Antonio Vaianella
Nota — Il matrimonio delle volpi
Il misterioso matrimonio annunciato ad Aya richiama una suggestiva tradizione del folklore giapponese conosciuta come kitsune no yomeiri (狐の嫁入り), letteralmente «il matrimonio della volpe» o «le nozze della volpe». L’espressione è legata a diverse credenze e narrazioni popolari, diffuse con varianti regionali, nelle quali le volpi, creature profondamente radicate nell’immaginario giapponese e alle quali vengono attribuite facoltà soprannaturali, celebrerebbero segretamente le proprie nozze lontano dagli sguardi degli esseri umani.
Una delle immagini tradizionalmente associate al kitsune no yomeiri è quella di una processione nuziale di volpi, talvolta evocata attraverso misteriose luci visibili durante la notte e interpretate come lanterne appartenenti al corteo. In diverse tradizioni queste luci vengono chiamate kitsunebi (狐火), «fuochi di volpe», fenomeni soprannaturali che il folklore attribuiva alle kitsune. L’idea di un corteo invisibile o solo fugacemente percepibile dagli uomini contribuì a creare intorno alle nozze delle volpi un’atmosfera di segretezza e di passaggio fra il mondo umano e quello soprannaturale.
La stessa espressione kitsune no yomeiri viene inoltre usata in Giappone per indicare un particolare fenomeno atmosferico: la pioggia che cade mentre splende il sole. Anche in questo caso esistono spiegazioni folkloriche differenti secondo le regioni e le tradizioni, e sarebbe quindi improprio ricondurre il «matrimonio delle volpi» a un’unica leggenda rigidamente definita.
Nel mondo narrativo di Le notti di Kyoto, questa antica suggestione folklorica viene liberamente rielaborata: il matrimonio che dovrebbe celebrarsi nel Boschetto dei Sogni perduti appartiene alla finzione del racconto, mentre la tradizione del kitsune no yomeiri (狐の嫁入り) sulla quale esso si fonda appartiene realmente al ricco patrimonio di credenze e racconti popolari del Giappone.


