I racconti di Yuki,  Yujo Radio

PACCHI DI NATALE

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Un racconto sul Natale e la pressione di dover stare bene.

INTRODUZIONE

Kōrinzia, distretto di San Nebbia

Kōrinzia non compariva sulle mappe affidabili. Quelle ufficiali la segnalavano come “zona a vocazione culturale mista”, quelle turistiche la descrivevano come “un ponte tra due mondi”, e quelle più vecchie la chiamavano ancora con un nome diverso, ormai considerato inadatto ai tempi moderni. In ogni caso, nessuna mappa spiegava davvero come funzionasse.

Era una città costruita per sovrapposizione, non per progetto.
Sotto, pietre antiche e fondamenta che avevano visto imperi e condomìni; sopra, palazzi irrisolti, con balconi dove convivevano panni stesi e lanterne di carta; e più in alto ancora, insegne luminose con caratteri giapponesi grammaticalmente discutibili, scelti più per evocare profondità che per comunicare qualcosa di sensato. Le strade avevano nomi doppi: Via della Pazienza e allo stesso tempo Shinmichi del Ritorno. Nessuno si preoccupava di uniformare. A Kōrinzia l’ambiguità era una forma di stabilità.

A dicembre la città entrava ufficialmente nel Periodo di Armonia, una definizione approvata all’unanimità da chi non aveva mai dovuto lavorare a contatto con il pubblico. Ufficiosamente, tutti sapevano che iniziavano le Settimane della Cortesia Nevrotica: luci ovunque, sorrisi obbligatori, musiche ripetute fino alla perdita di significato. Sotto tutto questo, una tensione costante, come un ronzio elettrico, che nessuno nominava ma tutti sentivano.

In piazza montavano un torii rosso accanto a un presepe iperrealista, completo di muschio vero e luci a led. La contraddizione non disturbava nessuno. A Kōrinzia le contraddizioni venivano considerate folklore. Tradizione, persino.

L’aria profumava di mandarini, brodo caldo e cannella. Un profumo confortante e, allo stesso tempo, lievemente minaccioso. I negozianti ripetevano frasi rituali come formule apotropaiche: “Conta il pensiero”, “È solo un regalo”, “L’importante è stare insieme”. Le pronunciavano con la serietà con cui si mantengono in vita le finzioni collettive.

Perché il Natale, a Kōrinzia, non era una festa.
Era una pretesa.

La pretesa che in quei giorni si dovesse essere migliori. Più presenti. Più generosi. Più adeguati. Come se l’umanità fosse una performance annuale da sostenere con pacchi ben confezionati e reazioni emotive coerenti.

A osservare tutto questo c’era Akiro Sarti.

Ufficialmente: impiegato al Centro Smistamento Ariake-Poste, reparto Reclami Impossibili.
Ufficiosamente: un traduttore non richiesto tra gli esseri umani e ciò che realmente accadeva loro.

Akiro guardava le persone con l’attenzione di chi studia una specie interessante senza volerla disturbare. Non era distaccato per superiorità, ma per inclinazione naturale. Come se fosse leggermente fuori sincrono con il resto del mondo. Ascoltava, annuiva, e mentalmente catalogava le reazioni con la calma di un visitatore interstellare educato.

Quando una collega piangeva perché il pacco “giusto” per la suocera risultava consegnato ma non esisteva in alcun luogo verificabile, Akiro commentava soltanto:
«Curioso. La materia tende a dissolversi quando le aspettative sono alte.»

Quando un cliente urlava che il corriere aveva scritto “destinatario assente” mentre lui era rimasto in casa tutto il giorno, Akiro rispondeva:
«Ha sperimentato la Presenza Inutile. È un rito stagionale.»

Akiro non era cinico. Il cinico è uno che ha smesso di credere dopo averci creduto troppo.
Akiro osservava. E vedeva ciò che gli altri cercavano di coprire con luci e carta dorata: la paura di sbagliare, di non essere all’altezza, di non sapere più cosa significhi “fare bene”.

Quella sera, tornando a casa lungo il canale artificiale di Santa Umi, le lanterne si riflettevano nell’acqua scura come stelle stanche. Il telefono vibrava: notifiche, tracking, richieste di conferma, messaggi urgenti senza reale urgenza.
Il Natale, pensò Akiro, non chiedeva permesso. Arrivava. E pretendeva.

Sotto il grande orologio della piazza, che segnava ore diverse a seconda di come lo guardavi, Akiro si fermò.

E osservò.

CAPITOLO I

I pacchi che non arrivano mai (ma insegnano molto)

A Kōrinzia il primo segnale ufficiale dell’inizio del Natale non era l’accensione delle luci, né l’arrivo dei mercatini, né il coro stonato davanti al municipio.
Era il pacco in consegna che smetteva improvvisamente di esistere.

Non “in ritardo”.
Non “bloccato”.
Proprio scomparso, come se avesse deciso di intraprendere un percorso spirituale personale.

Akiro Sarti lo sapeva. Lo vedeva ogni anno.
Il pacco diventava una creatura mitologica: compariva nei tracking, spariva nei magazzini, riappariva “in transito” nello stesso identico punto per quattro giorni consecutivi, come un pellegrino incapace di trovare l’illuminazione.

Al Centro Smistamento Ariake-Poste, reparto Reclami Impossibili, le telefonate iniziavano con frasi che suonavano tutte uguali, indipendentemente dall’età, dal ceto o dal livello di istruzione del chiamante.

«Capisce, io devo fare una sorpresa
«È per una persona importante.»
«Non è un regalo qualsiasi.»

Akiro annotava mentalmente: Nessun regalo è mai qualsiasi. È sempre una prova d’amore mascherata da oggetto.

Il Natale trasformava oggetti mediocri in simboli esistenziali.
Una sciarpa non era più una sciarpa: diventava attenzione.
Un libro non era più un libro: diventava comprensione.
Un pacco che non arrivava non era un disservizio: era una crisi identitaria.

«Ma come “destinatario assente”?» urlava un uomo al telefono.
«Io ero lì. Io sono lì. Io vivo lì.»

Akiro immaginava l’uomo fermo nel suo salotto, immobile come una statua votiva, circondato da scatoloni aperti, candele accese per sbaglio, biscotti industriali spacciati per tradizione. Un essere umano che aveva confuso la presenza fisica con la certezza di essere visto.

«Forse», rispondeva Akiro con voce pacata, «il sistema ha rilevato una discrepanza tra la sua esistenza reale e quella percepita.»

Silenzio.
Poi un insulto.
Poi la linea cadeva.

I pacchi, pensava Akiro, avevano un tempismo perfetto.
Non sparivano mai a caso. Sparivano quando servivano.
Quando l’oggetto doveva dimostrare qualcosa che le persone non riuscivano a dire a parole.

Una donna piangeva perché il regalo per la madre non era arrivato.
«Non posso presentarmi a mani vuote.»

Mani vuote.
Come se le mani, senza carta colorata, fossero un’ammissione di colpa.

Akiro non lo diceva mai ad alta voce, ma era convinto che i pacchi lo sentissero. Che percepissero la pressione. E che, a un certo punto, scegliessero deliberatamente di sottrarsi.

Un atto di autodifesa, forse.

Nei corridoi del centro smistamento, i colleghi camminavano più velocemente, sorridevano meno, bevevano caffè come se fosse una terapia d’urto. I monitor lampeggiavano con stati sempre uguali: in lavorazione, in consegna, in transito. Parole rassicuranti che non significavano nulla.

Akiro osservava tutto con la calma di chi ha già capito una cosa fondamentale:
non si stava aspettando un pacco.
Si stava aspettando una conferma.

Che si era stati attenti.
Che si era pensato abbastanza.
Che si era fatto “come si doveva”.

E quando il pacco non arrivava, il sospetto era sempre lo stesso, anche se nessuno lo formulava così:
E se non fosse colpa della consegna?

Quella sera, uscendo dal lavoro, Akiro vide una fila davanti al punto ritiro automatico. Persone immobili, telefoni in mano, sguardi tesi. Il display lampeggiava: SPORTELLO NON OFFERENTE.

Una donna disse: «È solo stress.»
Un uomo rispose: «È il periodo.»
Qualcuno aggiunse: «Passerà.»

Akiro li guardò come si guarda una specie intelligente che ha deciso collettivamente di ignorare l’evidenza.

Il Natale non stava passando.
Stava facendo pressione.

E i pacchi, da qualche parte, lo sapevano benissimo.

CAPITOLO II

Le persone (che non erano così, giurano)

A Kōrinzia nessuno ammetteva mai apertamente di stare male.
Si diceva: «È solo stanchezza.»
Oppure: «È questo periodo.»
O, nei casi più gravi: «Passerà dopo le feste.»

Era una formula rassicurante, come dire non è un problema strutturale, è stagionale.
Una menzogna educata.

A dicembre le persone cambiavano postura.
Non metaforicamente: proprio fisicamente. Le spalle salivano, il collo si accorciava, lo sguardo diventava quello di chi è costantemente in ritardo rispetto a qualcosa che non sa nominare. Camminavano più veloci, parlavano più forte, ascoltavano meno. Sorridevano come si sorride in foto obbligatorie.

Akiro osservava la mutazione con interesse crescente.

C’era la Versione Natalizia del Collega: normalmente funzionale, a dicembre ipersensibile. Bastava uno sguardo sbagliato, una battuta neutra, un “ci sentiamo” detto con il tono sbagliato, e scattava una reazione sproporzionata. Non rabbia. Delusione. Quella peggiore, perché pretende una riparazione immediata.

C’era la Versione Natalizia del Parente: improvvisamente contabile emotivo. Tutto veniva registrato. Chi aveva chiamato. Chi no. Chi aveva fatto un regalo “pensato”. Chi aveva osato riciclare. Ogni gesto veniva confrontato con quelli degli anni precedenti, come se esistesse un bilancio affettivo da chiudere entro il 24 sera.

E poi c’erano gli sconosciuti.
Quelli nei negozi, in fila, nei corridoi stretti tra scaffali sovraccarichi di oggetti “perfetti”. Persone che non avevano nulla contro di te, finché non intralciavi la loro missione. Allora diventavi un ostacolo morale.

«Scusi, è l’ultimo?»
Non era una domanda. Era una sfida.

Akiro notava una cosa ricorrente: nessuno sembrava davvero felice.
Sembravano impegnati. Come se la felicità fosse un risultato da ottenere per accumulo di azioni corrette. Comprare. Ricordarsi. Organizzare. Partecipare. Dimostrare.

Il Natale aveva trasformato l’emotività in una checklist.

Un giorno, al lavoro, una collega disse:
«Io adoro il Natale.»
Lo disse con gli occhi lucidi e le mani che tremavano leggermente mentre sistemava per la terza volta la stessa pila di documenti.

Akiro pensò che adorare qualcosa non dovrebbe richiedere un esaurimento nervoso preventivo.

Le persone si scusavano molto.
Si scusavano per essere nervose.
Si scusavano per essere in ritardo.
Si scusavano per non essere abbastanza presenti, abbastanza generose, abbastanza serene.
Scuse preventive, come se sapessero di stare per deludere qualcuno ma non sapessero chi.

Il Natale, osservò Akiro, funzionava come un amplificatore.
Non creava nulla.
Rendeva solo impossibile ignorare quello che già c’era.

Le fragilità diventavano visibili.
Le aspettative diventavano pesanti.
I silenzi diventavano accuse.

Una sera, sul tram che attraversava Via della Pazienza / Shinmichi del Ritorno, Akiro vide una scena che gli parve esemplare: una coppia discuteva a bassa voce per un pacchetto. Non per il contenuto. Per il significato.

«Non era quello che avevamo detto.»
«Ma è simile.»
«Non è la stessa cosa.»

Akiro guardò fuori dal finestrino. Le luci si riflettevano sui vetri, deformate. Pensò che il Natale fosse questo: la continua confusione tra simile e sufficiente.

Le persone non impazzivano.
Sarebbe stato più semplice.
Le persone reggevano troppo.

Reggere il clima.
Reggere le aspettative altrui.
Reggere l’idea che se qualcosa andava storto, forse era colpa loro.

E mentre reggevano, diventavano irriconoscibili persino a se stesse.

Akiro, con il suo sguardo da visitatore esterno, arrivò a una conclusione provvisoria:
il Natale non tirava fuori il meglio o il peggio delle persone.
Tirava fuori la paura di non essere all’altezza dell’immagine che avevano costruito di sé.

Il resto era solo scenografia.

CAPITOLO III

La rincorsa al regalo giusto (ovvero l’ansia come metodo)

A Kōrinzia il regalo non era più un oggetto da donare.
Era una dichiarazione.

Non importava cosa fosse. Importava cosa dimostrasse.
Dimostrava attenzione. Dimostrava ascolto. Dimostrava che avevi capito.
E soprattutto dimostrava che avevi capito meglio degli altri.

Akiro osservava la rincorsa con lo stesso sguardo che si riserva a certi rituali tribali complessi, quelli che prevedono prove inutilmente difficili per dimostrare appartenenza. La differenza era che qui non c’erano tamburi o maschere, ma carte di credito e packaging “minimal”.

Le persone entravano nei negozi con un’idea vaga e uscivano con un senso di colpa preciso.
“È troppo poco.”
“È troppo banale.”
“È bello, ma dice abbastanza di me?”

Il regalo aveva smesso di parlare del destinatario.
Parlava del donatore.
Del suo gusto. Della sua sensibilità. Della sua profondità emotiva certificata.

Akiro sentì una donna dire, con tono grave:
«Non posso regalargli questo. Lui è una persona complessa.»

Come se un oggetto potesse reggere il peso di un’identità intera.
Come se un errore di acquisto potesse smascherare un’intera relazione.

Il Natale aveva trasformato il dono in una prestazione.
E come tutte le prestazioni, generava ansia, confronto e fallimento.

Le persone non chiedevano più: “Gli piacerà?”
Chiedevano: “Dirà abbastanza di me?”

Akiro notò che la parola più usata non era amore, ma giusto.
Il regalo giusto.
Il momento giusto.
Il modo giusto.

Il problema del “giusto” è che non esiste.
Esiste solo non abbastanza, troppo, sbagliato.

Nei giorni centrali di dicembre, Kōrinzia sembrava una città in addestramento emotivo. Tutti cercavano di anticipare reazioni future. Tutti immaginavano scenari: il sorriso forzato, la delusione trattenuta, il commento ambiguo il 26 mattina.

Il regalo veniva pensato non per essere aperto, ma per essere giudicato.

Akiro, passando davanti a una vetrina, vide uno specchio con la scritta:
“Il regalo perfetto per chi ami.”

Si chiese quando fosse diventato normale associare l’amore alla perfezione.
E quando fosse diventato accettabile fallire per una tazza, una sciarpa, un profumo.

Un collega gli confessò:
«Sto rifacendo tutti i regali. Non mi convincono più.»

Akiro annuì.
Il dubbio, una volta entrato, non se ne va più. È come una musica di sottofondo. E il Natale era una stagione intera costruita sul dubbio.

Le persone compravano, restituivano, ricompravano.
Ogni gesto sembrava dire: Non sono ancora abbastanza.
Ogni pacco rifatto era un tentativo di correggere non l’oggetto, ma se stessi.

Akiro capì allora una cosa che gli sembrò quasi tenera, se non fosse stata così estenuante:
la rincorsa al regalo giusto non riguardava il Natale.
Riguardava la paura di essere visti davvero.

Perché se il regalo era giusto, allora forse anche tu lo eri.
Se era sbagliato, il dubbio diventava personale.

La città brillava.
Le luci erano impeccabili.
E sotto quella luce, le persone correvano come se avessero un esame imminente di cui nessuno ricordava più la materia.

Akiro pensò che, se fosse stato davvero un extraterrestre, avrebbe dovuto segnalare la cosa:
Specie intelligente. Altamente simbolica. Estremamente stanca.

E il Natale, intanto, continuava a chiedere.
Sempre di più.
Sempre meglio.

CAPITOLO IV

La prestazione emotiva (ovvero fingere di stare bene come atto sociale)

A Kōrinzia, a un certo punto di dicembre, non si chiedeva più come stavi.
Si chiedeva come dovevi stare.

Sereno. Grato. Disponibile.
Un livello accettabile di commozione, senza eccessi imbarazzanti.
Una partecipazione emotiva calibrata, possibilmente fotogenica.

Akiro notava che le persone avevano imparato a recitare il benessere con una precisione impressionante. Bastava poco: un sorriso pronto, una frase standard, una risata al momento giusto. Il tutto mentre dentro si accumulava una stanchezza che non aveva più parole.

Lo stress natalizio non era solo fare troppe cose.
Era sentire nel modo giusto mentre le facevi.

Essere presenti, ma non distratti.
Essere stanchi, ma grati.
Essere sinceri, ma non troppo.

Una donna al telefono diceva:
«No no, sto benissimo. È solo che… è tutto un po’ tanto.»
Quel tanto conteneva settimane di sonno spezzato, aspettative familiari non negoziabili, il timore di deludere qualcuno che forse non si accorgeva nemmeno dello sforzo.

Akiro osservava che nessuno aveva più il diritto di essere neutro.
La neutralità era vista come freddezza.
La stanchezza come mancanza di spirito.
Il silenzio come un affronto personale.

Il Natale pretendeva partecipazione emotiva continua.
Una maratona senza pause, senza acqua, senza la possibilità di dire: non ce la faccio oggi.

Nei pranzi, nelle cene, negli scambi di auguri, la domanda implicita era sempre la stessa:
Stai facendo abbastanza?

Abbastanza per la famiglia.
Abbastanza per il partner.
Abbastanza per dimostrare che sei una brava persona.

Akiro notò una cosa che lo colpì più del previsto: molte persone non erano tristi. Erano inermi. Come se fossero state trascinate in un copione scritto da altri, e ora dovessero recitarlo fino in fondo per non rovinare la scena.

Un uomo disse:
«Dai, è Natale. Sorridi.»
Non come invito. Come ordine.

Akiro pensò che poche frasi fossero più violente di quelle che impongono un’emozione.

Il paradosso era evidente: una festa nata per unire produceva isolamento interno. Ognuno chiuso nella propria fatica, a confronto con immagini ideali di armonia che nessuno riusciva davvero a raggiungere.

Le persone non chiedevano aiuto.
Chiedevano di resistere.

Resistere fino al 24.
Resistere fino al 25 sera.
Resistere fino al “dopo le feste”, come se fosse una terra promessa.

Akiro, con il suo sguardo da osservatore non coinvolto, arrivò a una conclusione che gli parve quasi ovvia:
la prestazione emotiva era il vero regalo richiesto dal Natale.
Tutto il resto era contorno.

E più ci si avvicinava al giorno fatidico, più diventava chiaro che non tutti ce l’avrebbero fatta senza crepe.

Qualcuno piangeva in bagno.
Qualcuno si isolava dietro una stanchezza generica.
Qualcuno diventava improvvisamente aggressivo, come ultimo tentativo di sentirsi vivo.

Il Natale non rompeva le persone.
Le metteva semplicemente sotto una luce così forte da rendere visibili le fratture.

Akiro pensò che forse, se davvero fosse stato un extraterrestre, avrebbe avuto una sola annotazione da inviare:
Specie sociale complessa. Usa la festa per misurarsi. Si ferisce da sola nel tentativo di fare bene.

E intanto, Kōrinzia continuava a brillare.
Sempre più luminosa.
Sempre più stanca.

CAPITOLO V

La notte tra il 24 e il 25 (quando il sistema va in overload)

A Kōrinzia il 24 dicembre aveva una qualità strana.
Non era più attesa. Non era ancora sollievo.
Era sospensione.

Le strade erano illuminate come set cinematografici dopo le prove generali. Tutto pronto. Tutto apparecchiato. Tutto fragile. Le persone si muovevano con una cautela innaturale, come se temessero che un gesto sbagliato potesse far crollare l’intera messinscena.

Akiro uscì dal lavoro prima del solito.
Il Centro Smistamento aveva deciso di chiudere “per permettere a tutti di stare con i propri cari”. Una frase che Akiro aveva sempre trovato interessante, soprattutto perché nessuno aveva chiesto se tutti avessero davvero dei “propri cari” con cui stare, o se ne avessero voglia.

Camminò lungo il canale di Santa Umi. Le luci si riflettevano nell’acqua immobile. Sembrava tutto calmo. Troppo.

Alle 21:47 il telefono vibrò.
Non una chiamata. Un messaggio di sistema.

ERRORE GENERALE DI TRACCIAMENTO
DATI NON DISPONIBILI

Non era la prima volta che un sistema informatico andava in tilt.
Era la prima volta che succedeva ovunque.

Nel giro di venti minuti, Kōrinzia entrò in una condizione imprevista:
tutti i pacchi risultavano né consegnati né in consegna.
Semplicemente… assenti.

I server erano attivi.
I magazzini pieni.
Ma il sistema non riconosceva più nulla.

Akiro si fermò sotto l’orologio della piazza.
Le lancette erano immobili. Segnavano un’ora che non esisteva. Nessuno se ne accorgeva ancora.

Le prime reazioni furono confuse.
“Un bug.”
“Un problema momentaneo.”
“Ripartirà.”

Poi arrivò il silenzio.
Quello vero.
Quello che si fa quando si capisce che non c’è un piano B.

Nei condomìni, nelle case, nelle cene iniziate troppo presto, accadde qualcosa di inaspettato: non c’era più nulla da controllare. Niente tracking. Niente aggiornamenti. Niente conferme.

I pacchi non sarebbero arrivati.
Non quella notte.
Non il giorno dopo.

La notizia si diffuse lentamente, come una febbre.
E con lei, qualcosa di ancora più destabilizzante: la resa.

Qualcuno pianse.
Qualcuno si arrabbiò.
Qualcuno, per la prima volta, smise di fare finta.

Una donna disse: «Allora è tutto inutile.»
E subito dopo, come se si fosse sorpresa da sola, aggiunse: «O forse no.»

A mezzanotte, Kōrinzia era stranamente quieta.
Meno brindisi.
Meno risate forzate.
Più silenzi veri.

Akiro, camminando, vide scene che non aveva mai osservato prima: persone sedute senza fare nulla, tavole apparecchiate senza rituali, pacchi chiusi rimasti chiusi. Mani vuote, finalmente visibili.

E accadde il colpo di scena che nessuno aveva previsto.

Il 25 mattina, quando il sistema tornò operativo, i pacchi risultarono tutti consegnati.
Tutti.
Nello stesso orario simbolico: 00:00.

Ma nessuno li aveva ricevuti.

Non erano spariti.
Erano rimasti nei magazzini.

Il sistema aveva chiuso l’anno dichiarando conclusa la prestazione.

Consegna avvenuta.
Fine.

La città reagì in modo imbarazzante: non ci furono proteste di massa. Non ci fu rabbia collettiva. Ci fu un disagio sottile, quasi elegante. Come se tutti avessero capito, nello stesso momento, che la macchina si era fermata e nessuno sapeva più cosa fare senza di lei.

Akiro sorrise appena.

Il Natale, per una volta, non aveva ottenuto ciò che voleva.
Niente prova finale.
Niente certificazione di bontà.

Solo persone sedute, stanche, vive.

E in quell’errore di sistema, così perfettamente sincronizzato, Akiro intravide qualcosa che assomigliava a una verità non autorizzata:
forse il regalo più onesto era stato proprio quello che non era arrivato.

EPILOGO

Dopo (prima di ricominciare)

Il 26 dicembre Kōrinzia si svegliò più silenziosa.
Non più calma. Solo svuotata.

Le luci erano ancora accese, ma sembravano fuori tempo massimo. Come sorrisi mantenuti per inerzia. I negozi riaprirono con la stessa musica, gli stessi auguri, lo stesso lessico rassicurante, ma qualcosa non tornava. La città aveva perso la tensione che la teneva insieme. E senza tensione, la messinscena appariva per quello che era sempre stata.

Akiro Sarti tornò al lavoro.
I sistemi funzionavano.
I pacchi venivano consegnati.
I reclami ripresero, ma senza urgenza.

Le persone parlavano dell’“incidente” come si parla di un sogno strano: senza trarne conclusioni, ma con un leggero imbarazzo. Nessuno voleva soffermarsi troppo sull’idea che, per una notte, il Natale fosse andato avanti anche senza prove, senza oggetti, senza prestazioni.

Akiro capì che la consapevolezza umana aveva una durata limitata.
Breve. Funzionale. Sufficiente a respirare, non a cambiare.

Nel pomeriggio, passando per Via della Pazienza / Shinmichi del Ritorno, sentì la prima frase che annunciava il ritorno all’ordine:

«Dai, ormai è passato. Pensiamo a Capodanno.»

Lo disse qualcuno con tono pratico.
Organizzativo.
Rassicurato dall’idea di un nuovo schema da riempire.

Akiro si fermò sotto l’orologio della piazza.
Le lancette avevano ripreso a muoversi, tutte nello stesso verso, come se nulla fosse accaduto. Il tempo, pensò, non ha memoria. Le persone sì. Ma la usano poco.

I manifesti erano già stati aggiornati.
Fuochi. Cene. Outfit. Buoni propositi.
Nuove aspettative pronte a essere caricate sulle stesse spalle stanche.

Un messaggio vibrò sul telefono di Akiro.
Poi un altro.
Poi un altro ancora.

La stessa domanda, formulata in modi diversi, con la stessa leggerezza apparente:

«Cosa fai a Capodanno?»

Akiro osservò lo schermo.
Non provò fastidio.
Non provò ironia.

Solo una constatazione limpida.

Il ciclo ricominciava.
Con un’altra data.
Un altro copione.
Un’altra occasione per dimostrare qualcosa che nessuno aveva chiesto davvero.

Akiro alzò lo sguardo verso la città che si preparava di nuovo.
Pensò che gli esseri umani avevano una capacità straordinaria:
capire tutto per un attimo
e poi ripartire come se non fosse successo niente.

E, da qualche parte dentro di sé, con la distanza gentile di chi osserva senza intervenire, registrò l’unica informazione utile:

non era finita.
non finisce mai.

E il calendario, puntuale come un sistema che non impara, stava già facendo il suo lavoro.

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