I racconti di Yuki

Kyoto — La presenza nei negativi: la donna che non esiste tra spiriti e memoria

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La prima cosa che emerse fu la luce.

Non il soggetto.

Non le forme.

Solo una chiazza lattiginosa che si allargava lentamente, come qualcosa che tornava a galla dopo essere rimasto troppo tempo sott’acqua.

Alessandro Valli non respirava.

Le dita immerse nel liquido di sviluppo si muovevano con precisione, ma non con tranquillità. Il gesto era lo stesso di sempre — versare, inclinare, attendere — e proprio per questo il corpo capì prima della mente che qualcosa non stava seguendo il ritmo.

L’odore acre del chimico gli riempì la gola.

Metallo. Umido. Fermato.

La lastra iniziò a restituire il mondo.

Un viale.

I ciliegi.

Petali sospesi nell’aria come neve che aveva perso la stagione.

Un uomo in piedi, leggermente fuori asse.

Lui.

Valli espirò piano.

Il respiro tornò, ma non completamente.

Poi la vide.

Non comparve all’improvviso.

Non fu un errore.

Non un riflesso.

Era già lì.

Dietro.

Immobile.

Valli avvicinò la lastra alla luce della lampada. Gli occhi si strinsero, cercando un difetto, una doppia esposizione, qualsiasi cosa che potesse restituire ordine a ciò che stava guardando.

Il kimono era chiaro.

Le pieghe precise.

La postura perfetta.

Troppo perfetta.

La profondità corretta.

La luce coerente.

I contorni netti.

Non c’era niente di sbagliato.

E proprio per questo… tutto lo era.

Deglutì.

Il pensiero arrivò dopo, come sempre.

Non chi è.

Non da dove viene.

Ma—

Perché non me la ricordo?

La stanza si inclinò appena.

Non abbastanza da cadere.

Abbastanza da non essere più stabile.

Valli strinse il bordo del tavolo. Le nocche si fecero bianche sotto la luce sporca della lampada.

Guardò meglio.

Il resto della scena funzionava: i petali creavano variazioni di luce

il terreno assorbiva il peso

il corpo proiettava un’ombra morbida, coerente

Tutto.

Tutto tranne lei.

Sotto i suoi piedi—

niente.

Nessuna ombra.

Nessuna variazione.

Nessuna resistenza del mondo.

Come se la luce la attraversasse.

Come se la realtà non sapesse dove collocarla.

Il respiro si fece corto.

Irregolare.

E fu allora che accadde.

Non nella lastra.

Non nella stanza.

Dentro.

Un’immagine.

Breve.

Violenta.

Sbagliata.

Una stanza.

Una luce ferma.

Un nome che non arrivava.

Una presenza che… non era più.

Le dita si irrigidirono.

Per un istante—

brevissimo—

gli sembrò che gli occhi della donna si spostassero.

Non verso il viale.

Non verso l’uomo.

Verso di lui.

Valli non si mosse.

Non gridò.

Non lasciò cadere la lastra.

Restò lì, sospeso tra ciò che vedeva e ciò che non riusciva a ricordare.

Poi inspirò.

Lentamente.

Troppo lentamente.

Perché adesso lo sapeva.

Non era stata la fotografia a catturare qualcosa.

Era qualcosa

che aveva scelto

di farsi vedere.

 Kyoto non è quello che sembra

Aprile 1918.

Kyoto respirava piano, come una città che aveva imparato a nascondere il proprio battito.

I tram elettrici attraversavano le strade principali con un suono metallico, regolare, portando con sé uomini in abiti occidentali, giornali piegati sotto il braccio, odore di carbone e una modernità che non chiedeva il permesso.

Ma bastava deviare.

Un passo di lato.

Due insegne di legno consumato.

Un vicolo che sembrava non portare da nessuna parte.

E il ritmo cambiava.

Il rumore si spegneva come soffocato.

Il tempo rallentava senza dichiararlo.

Le case tornavano basse, chiuse da pareti di carta e silenzi lunghi.

I passi si facevano misurati.

Le voci scendevano di tono.

Come se qualcuno ascoltasse sempre.

Alessandro Valli si fermò sotto il primo ciliegio lungo il canale.

Non alzò subito la macchina fotografica.

Guardò.

I petali cadevano senza fretta, uno alla volta.

Non come qualcosa che finisce.

Come qualcosa che non oppone resistenza.

Si posavano sull’acqua e venivano portati via piano, senza lasciare traccia.

Una famiglia rideva poco più in là.

Una geisha attraversò il ponte senza rumore.

Il suono distante di uno shamisen si disperse nell’aria prima di diventare davvero musica.

Era tutto esattamente come gli avevano raccontato.

E per questo, non gli bastava.

Non era la prima volta che vedeva qualcosa che la fotografia avrebbe contraddetto.

Aprì il cavalletto.

Ogni gesto era preciso, abituale.

Montò la lastra.

Regolò l’inquadratura.

Inspirò.

Trattenne il respiro.

Scattò.

Il tempo, per un istante, si fermò.

Non come sensazione.

Come fatto.

Poi tornò.

Valli abbassò lentamente la macchina.

Qualcosa, nel margine della sua visione, si mosse.

Non abbastanza da attirare attenzione.

Abbastanza da restare.

Una figura.

Ferma.

Tra i petali.

Una donna.

Non la guardò subito.

Lo fece come si guarda qualcosa che potrebbe svanire se affrontato direttamente.

Di lato.

Con cautela.

Kimono chiaro.

Linea perfetta.

Nessun movimento.

Quando finalmente sollevò lo sguardo per metterla a fuoco—

non c’era più.

Solo il ramo.

Solo i petali.

Solo il vuoto dove, un attimo prima, qualcosa aveva occupato lo spazio.

Valli rimase immobile.

Un secondo.

Due.

Poi chiuse la macchina, senza fretta.

Non era la prima volta che la realtà gli restituiva qualcosa di diverso da ciò che aveva visto.

Ma era la prima volta

che qualcosa

sembrava aver guardato indietro.

 La presenza nei negativi

La notte non portò silenzio.

Portò precisione.

Alessandro Valli lavorava senza fretta, ma senza pause. Ogni gesto era misurato, ripetuto, già vissuto centinaia di volte. Il corpo sapeva cosa fare prima ancora che il pensiero intervenisse.

Versava.

Attendeva.

Inclinava la lastra quel tanto che bastava.

Il liquido scivolava lento sulla superficie.

L’immagine iniziava a emergere.

Non era la prima fotografia imperfetta che sviluppava.

Ma era la prima che… restava.

La posò accanto alle altre.

Ne prese un’altra.

Stesso luogo.

Stessa luce.

Stesso punto.

La osservò.

La donna era lì.

Non nello stesso punto.

Più vicina.

Tra due persone che ridevano sotto i ciliegi, ma senza sfiorarle. Senza interrompere il movimento dei loro gesti. Come se occupasse uno spazio che gli altri non potevano percepire.

Valli avvicinò la lastra agli occhi.

Cercò difetti.

Sovrapposizioni.

Errori di esposizione.

Nulla.

I contorni erano puliti.

Troppo puliti.

Passò alla terza.

Il ramo in primo piano.

Il canale.

Un uomo con il cappello inclinato all’indietro, la bocca aperta in una risata.

E dietro di lui—

lei.

Ancora più vicina.

Quasi accanto.

Valli inspirò lentamente.

Appoggiò la lastra.

Poi la riprese subito.

Guardò meglio.

L’uomo rideva.

Il corpo inclinato.

La bocca aperta.

Il gesto sospeso.

Passò alla fotografia successiva.

Il ramo.

Il canale.

La stessa luce.

La stessa posizione.

L’uomo non c’era più.

Non si era spostato.

Non era sfocato.

Non era uscito dall’inquadratura.

Semplicemente—

non esisteva.

Il punto dove prima occupava spazio era diventato vuoto.

Un vuoto preciso.

Netto.

Pulito.

E la donna era ancora lì.

Immobile.

Intatta.

Valli si passò una mano sul volto.

La pelle era fredda.

Scorse le altre lastre una dopo l’altra.

Più veloce, adesso.

Troppo veloce.

Ogni immagine raccontava la stessa cosa, con variazioni minime. Inquietanti.

Un bambino che in una foto stringeva un dolce—

nella successiva lasciava solo il gesto sospeso nel nulla.

Una coppia seduta sull’erba—

poi una sola figura, e l’altra mai esistita.

Un venditore ambulante—

sostituito da spazio vuoto e un cestino appoggiato a terra.

E sempre lei.

Mai al centro.

Mai protagonista.

Ma sempre presente.

Come un punto fisso mentre tutto il resto si spostava.

Valli si fermò.

La stanza sembrava più piccola.

L’aria più densa.

Portò una delle lastre alla luce della lampada.

Questa volta non cercò errori.

Guardò direttamente lei.

Gli occhi.

Non erano rivolti verso l’obiettivo.

Non verso la scena.

Non verso il mondo.

Erano rivolti—

verso di lui.

La mano si irrigidì.

La lastra tremò appena.

Il liquido nel catino si increspò, come se qualcosa lo avesse sfiorato.

Valli non si voltò.

Non subito.

Perché in quel momento capì qualcosa che non aveva bisogno di essere verificato.

Non stava osservando qualcosa.

Era stato visto.

 Il quartiere che non dorme

La mattina arrivò senza portare chiarezza.

Solo luce.

Una luce lattiginosa, diffusa, che scivolava sulle superfici senza fermarsi davvero su nulla.

Kyoto era identica al giorno prima.

Ed era questo che non funzionava.

Alessandro Valli uscì presto.

Le lastre rimasero sul tavolo, coperte. Non per proteggerle. Per non doverle guardare subito.

Camminò senza una direzione precisa.

Ma i passi presero una direzione da soli.

Verso est.

Verso dove la città si stringeva e cambiava pelle.

Gion.

Le strade si fecero più strette.

Il legno più scuro.

Le insegne più antiche.

Le lanterne erano ancora accese, nonostante il giorno. Una luce calda, trattenuta, come se la notte non avesse ancora deciso di andarsene.

Il suono dei passi cambiò.

Più secco.

Più vicino.

Una donna attraversò la strada davanti a lui.

Passo corto. Schiena dritta.

Il suono netto dei geta sul legno.

Valli si fermò.

Non era lei.

Ma qualcosa nel modo in cui si muoveva gli lasciò addosso una sensazione precisa—

qui, le cose non accadono per caso.

Entrò in una piccola sala da tè senza insegna.

L’aria era densa di vapore e incenso leggero.

Tre tavoli.

Silenzio.

Si sedette.

Posò la borsa accanto a sé.

Quando tirò fuori le fotografie, non lo fece con esitazione.

Lo fece come si appoggia una prova.

La donna arrivò senza rumore.

Non giovane.

Non anziana.

Il volto segnato appena, ma gli occhi—

fermi.

Troppo fermi.

Versò il tè senza guardarlo.

Il liquido scese lento nella tazza.

Il vapore si sollevò tra loro.

Poi abbassò lo sguardo sulle immagini.

Non sobbalzò.

Non fece domande.

Osservò.

Una lastra.

Poi un’altra.

Si fermò su quella in cui la figura era più vicina.

Le dita si arrestarono a pochi millimetri dalla superficie.

Non toccò.

— L’ha vista.

Non era una domanda.

Valli non rispose subito.

— L’ho fotografata.

La donna sollevò lo sguardo.

Per la prima volta.

— È peggio.

Silenzio.

Il tè continuava a fumare tra loro. Nessuno dei due lo toccò.

— Non dovrebbe essere lì — disse Valli. — Eppure è in ogni immagine.

La donna inclinò appena il capo.

Come se stesse ascoltando qualcosa dietro di lui.

— Non è “in ogni immagine” — disse piano. — È dove deve essere.

Le parole rimasero sospese.

Valli serrò la mascella.

— Le persone… spariscono.

La donna annuì lentamente.

Nessuna sorpresa.

— Non spariscono.

Una pausa.

— Smettono di essere trattenute.

Il legno scricchiolò da qualche parte.

Una porta si chiuse.

Il quartiere continuava a muoversi, ma lì dentro tutto restava fermo.

Valli appoggiò le mani sul tavolo.

— Nessuno li ricorda.

— È questo il punto.

La donna sfiorò il bordo di una fotografia.

Questa volta la toccò.

— Quando qualcuno è troppo solo… o troppo legato… — disse — a volte viene preso.

— Da chi?

Gli occhi della donna si spostarono lentamente verso la porta.

Fuori, oltre la luce delle lanterne, una figura attraversò il passaggio.

Un riflesso chiaro.

Un movimento preciso.

Valli trattenne il respiro.

— Non da chi — disse la donna.

Una pausa.

— Da cosa.

Il silenzio cambiò.

Non più vuoto.

In ascolto.

Valli seguì lo sguardo.

Solo per un istante.

Tra luce e ombra, la vide.

Ferma.

Kimono chiaro.

Immobile.

Questa volta non nel margine.

Questa volta—

nel mondo.

Poi niente.

Il rumore tornò.

Le voci.

I passi.

La donna davanti a lui aveva già ritirato la mano.

— Se continua a guardarla — disse — smetterà di vedere il resto.

Valli rimase immobile.

— E se smetto?

La donna lo osservò a lungo.

Troppo a lungo.

— Non smetterà lei.

Il tè si era raffreddato.

Nessuno dei due lo bevve.

Le persone che svaniscono

All’inizio fu un dettaglio.

Così piccolo da non meritare attenzione.

Così preciso da non poter essere ignorato.

Alessandro Valli tornò sul viale dei ciliegi nel primo pomeriggio.

Stessa luce.

Stessa acqua che scorreva lenta.

Stesso punto.

L’uomo con il cappello.

Doveva essere lì.

Non per intuizione.

Per memoria.

Per immagine.

Valli si fermò esattamente dove aveva scattato la terza lastra.

Guardò il tronco.

Il ramo.

Il riflesso nel canale.

Vuoto.

Non un’assenza vaga.

Un’assenza precisa.

Fece un passo avanti.

Poi un altro.

C’era una panchina bassa, consumata.

Sul legno, un segno circolare, come lasciato da qualcosa appoggiato a lungo.

Un cappello.

Forse.

Valli si voltò verso un uomo poco distante.

— Scusi — disse in un giapponese incerto — l’uomo che stava qui ieri… lo conosce?

L’altro lo guardò senza capire.

— Qui?

— Sì. Rideva. Era con—

Si fermò.

Con chi?

L’immagine nella sua mente esitò.

Come una fotografia lasciata troppo a lungo nel liquido.

I contorni si sfaldavano.

Le relazioni si dissolvevano.

— Non c’è mai stato nessuno — rispose l’uomo, già distratto.

Valli non insistette.

Fece qualche passo indietro.

Il suono dei geta alle sue spalle.

Una risata.

Un bambino che correva.

Valli si voltò.

Il bambino.

Era lo stesso delle fotografie.

Piccolo. Kimono chiaro.

Le mani occupate da qualcosa che stringeva forte.

Un dolce.

Valli lo osservò.

Un istante.

Due.

Il bambino gli passò accanto.

E nel momento esatto in cui il suo corpo oltrepassò la linea dello sguardo—

il suono si spezzò.

Non si attenuò.

Non diminuì.

Si interruppe.

Come un filo tirato troppo.

Valli rimase immobile.

Il vento continuava a muovere i petali.

L’acqua scorreva.

Le persone parlavano.

Ma il bambino—

non c’era più.

Non si era allontanato.

Non si era nascosto.

Era stato tolto.

Valli si voltò di scatto.

— Il bambino!

La voce uscì più alta di quanto volesse.

Nessuno reagì.

Una donna gli passò accanto sfiorandolo.

— Quale bambino?

Valli indicò il punto.

Il vuoto.

Le dita tremavano leggermente.

— Era qui. Adesso.

Silenzio.

La donna lo guardò appena, con un’espressione breve, incerta.

Poi scosse il capo.

— Non c’è nessun bambino.

Si allontanò.

Valli restò fermo.

Il cuore non batteva più veloce.

Batteva fuori tempo.

Come se non seguisse più il ritmo del resto.

Fece un passo indietro.

Poi un altro.

Il mondo continuava.

Troppo bene.

Tornò nella stanza al calare della luce.

Non ricordava il tragitto.

Non ricordava i volti.

Solo una sensazione costante—

qualcosa veniva riscritto.

Chiuse la porta.

Appoggiò la schiena al legno.

Il tavolo era dove l’aveva lasciato.

Le lastre, ordinate.

Come se nulla fosse accaduto.

Ne prese una.

Il bambino.

C’era.

Nitido.

Perfetto.

Alzò la successiva.

Stesso punto.

Stessa luce.

Le mani.

Vuote.

Nessun bambino.

Valli inspirò.

Si fermò.

Poi tornò alla prima lastra.

La guardò ancora.

Qualcosa non era come prima.

Avvicinò la fotografia alla luce.

Gli occhi si strinsero.

La figura della donna—

era cambiata posizione.

Non molto.

Abbastanza.

Più vicina al bambino.

Quasi accanto.

Come se lo stesse aspettando.

Valli lasciò cadere la lastra sul tavolo.

Il suono fu troppo forte.

Nella stanza.

Nel silenzio.

Qualcosa, fuori, passò davanti alla finestra.

Non un’ombra.

Una presenza.

Si voltò.

La carta della finestra tremava appena.

Un riflesso chiaro.

Fermo.

Dall’altra parte.

Valli trattenne il respiro.

E per un istante—

breve, netto—

vide i suoi occhi.

Non riflessi.

Non deformati.

Diretti.

E questa volta—

senza dubbio—

stava sorridendo.

L’incontro

Il sorriso non scomparve.

Non sulla carta.

Non nella memoria.

Restò nell’aria.

Come qualcosa che aveva già deciso di non andarsene.

Alessandro Valli non si accorse subito di aver smesso di respirare.

Lo capì quando il petto gli fece male.

Un dolore corto. Preciso.

Non improvviso.

Atteso.

La lastra gli scivolò dalle dita.

Il suono fu troppo pieno per una stanza così vuota.

Si mosse.

Non per scelta.

Per necessità.

La porta si aprì con un colpo secco.

L’aria della notte gli entrò nei polmoni come acqua fredda.

Non bastò.

Scese in strada senza chiudere bene.

Camminò.

Non cercava.

Seguiva.

Kyoto si ritirava attorno ai suoi passi.

Le lanterne restavano accese, ma la luce sembrava non raggiungerlo davvero.

Le voci si spegnevano prima di arrivare complete.

I suoni si interrompevano a metà.

Come se il mondo non volesse essere sentito da lui.

Gion lo accolse senza accoglierlo.

Legno.

Carta.

Ombra.

E lei.

Era lì.

Non apparve.

Non arrivò.

Era già presente.

Kimono chiaro.

Linea perfetta.

Ferma.

Come se il tempo, attorno a lei, avesse scelto di fermarsi per primo.

Valli si fermò a pochi passi.

Troppo vicino per ignorarla.

Troppo lontano per toccarla.

— Sei reale?

La voce uscì bassa.

Più bassa di quanto pensasse.

Lei lo guardò.

Non sorpresa.

Non curiosa.

Come si guarda qualcosa che si è già visto accadere.

— Lo sei tu?

La domanda non lo colpì.

Lo attraversò.

Valli abbassò lo sguardo.

Il pavimento era coperto da una polvere sottile.

Segni ovunque.

Passi.

Incroci.

Direzioni.

Tutti.

Tranne i suoi.

Il respiro gli si spezzò.

Non per paura.

Per riconoscimento.

Rialzò gli occhi.

Lei era più vicina.

Non ricordava il momento in cui si era mossa.

— Le persone spariscono — disse. — Io le vedo. Poi… nessuno le ricorda.

Silenzio.

Lei fece un passo.

Nessun suono.

Il legno sotto di lei non reagì.

La luce non cambiò.

— Non spariscono — disse.

Una pausa.

— Smettono di essere trattenute.

Le stesse parole.

Ma questa volta—

facevano male.

Valli serrò la mascella.

— Io le trattengo?

Lei lo guardò.

E in quello sguardo—

qualcosa cedette.

Non fuori.

Dentro.

Un’immagine.

Rapida.

Una stanza.

Italia.

Luce ferma.

Un letto.

Una mano che non stringeva più.

Un nome—

che non aveva mai avuto il coraggio di pronunciare ad alta voce.

Valli chiuse gli occhi.

Un istante.

Quando li riaprì, lei era ancora lì.

— Non hai lasciato andare — disse.

Non era un’accusa.

Era un fatto.

Il petto gli si strinse.

Non dolore.

Qualcosa di più lento.

Più profondo.

— Se li lascio… — la voce si incrinò appena — spariscono davvero.

Lei scosse impercettibilmente il capo.

— Se li trattieni… restano dove non possono vivere.

Silenzio.

Il mondo attorno a loro si fece più sottile.

Le lanterne sembravano più lontane.

I suoni meno pieni.

Il legno meno solido.

— E tu? — riuscì a dire. — Cosa sei?

Per un istante—

dietro di lei qualcosa si mosse.

Non una forma.

Non un corpo.

Molteplice.

Bianco.

Lungo.

Come code che si intrecciano nella neve.

Valli non riuscì a metterlo a fuoco.

Non completamente.

Ma bastò.

La pelle si irrigidì.

Non per paura.

Per riconoscimento.

— Io sono — disse lei — ciò che resta quando nessuno riesce più a portare il peso.

Il cuore si fermò.

O forse smise solo di seguirlo.

— Perché io le vedo?

Lei si avvicinò ancora.

Se possibile.

Il suo sguardo non era più distante.

— Perché non hai dimenticato.

Valli scosse la testa.

— Io non voglio dimenticare.

Lei lo osservò a lungo.

Troppo a lungo.

— Non è dimenticare — disse piano.

Una pausa.

— È smettere di trattenere ciò che non può restare.

Le parole gli fecero male.

Fisicamente.

Come se qualcosa dentro si opponesse.

Con forza.

— E loro? — sussurrò.

— Sono liberi.

— Liberi da cosa?

Lei fece un passo ancora.

E per la prima volta—

il suo volto cambiò.

Non espressione.

Profondità.

— Dal peso di esistere per qualcuno.

La frase lo colpì.

Non come un pensiero.

Come una verità che aveva sempre evitato.

Valli fece un passo indietro.

— Io non voglio sparire.

Lei sorrise.

Non dolce.

Non crudele.

Inevitabile.

— Non devi sparire.

Una pausa.

— Devi solo smettere di trattenere.

Il mondo attorno a loro si fece distante.

Le lanterne tremolarono.

I suoni si spezzarono.

Valli restò fermo.

— E se non lo faccio?

Lei lo guardò.

E nel suo sguardo non c’era minaccia.

Solo certezza.

— Lo stai già facendo.

 L’ultima esposizione

La stanza lo riconobbe prima ancora che lui entrasse.

L’odore dei chimici.

L’umidità trattenuta nelle pareti.

La luce bassa, stabile.

Tutto al suo posto.

Come se non fosse mai uscito.

Come se nulla fosse cambiato.

Valli chiuse la porta con attenzione.

Questa volta lentamente.

Il legno aderì al telaio senza suono.

Si fermò.

Non per ascoltare.

Per capire se qualcosa, dentro di lui, fosse ancora disposto a opporsi.

Silenzio.

Nessuna resistenza.

Si avvicinò al tavolo.

Le lastre erano lì.

Ordinate.

Perfette.

Come prove.

Come testimonianze.

Come errori che chiedevano di essere negati.

Ne prese una.

Il bambino.

Lo stesso istante fissato nel tempo.

Le dita strette attorno al dolce.

Gli occhi aperti in una gioia semplice, completa.

Valli la osservò a lungo.

Non cercava più difetti.

Non cercava spiegazioni.

Cercava—

il momento in cui aveva deciso di non lasciar andare.

Non quel bambino.

Qualcun altro.

Qualcuno che non aveva fotografato.

Qualcuno che aveva trattenuto senza immagini.

Appoggiò la lastra.

Ne prese un’altra.

La coppia.

Seduti sull’erba.

Le spalle vicine.

Il corpo inclinato l’uno verso l’altro.

Un equilibrio fragile.

Passò alla successiva.

Una sola figura.

L’altra—

mai esistita.

Valli chiuse gli occhi.

Non per fuggire.

Per vedere meglio.

Una stanza.

Italia.

Luce del pomeriggio che non cambia.

Un letto.

Un respiro che si interrompe senza rumore.

Una mano nella sua.

Fredda.

Troppo in fretta.

— Non adesso — aveva detto.

Non a voce alta.

Dentro.

Come se bastasse.

Come se il tempo potesse essere trattenuto con abbastanza forza.

Come se bastasse non accettarlo.

Gli occhi si riaprirono.

La stanza tornò.

Più piccola.

Più vera.

Valli inspirò lentamente.

Questa volta—

non si fermò.

Prese tutte le lastre.

Una dopo l’altra.

Le dispose sul tavolo.

Allineate.

Come una sequenza.

Come un processo.

La donna era presente in tutte.

Sempre più vicina.

Sempre più inevitabile.

Prese il catino.

Versò il liquido.

Il suono era pieno.

Reale.

Immerse la prima lastra.

Non per svilupparla.

Per cancellarla.

Il liquido avvolse l’immagine.

Il bambino tremò.

Non davvero.

Nella materia.

Nei contorni.

Come se la realtà stessa esitasse.

Valli non distolse lo sguardo.

La figura si fece meno definita.

Le mani—

vuote.

Come nella seconda lastra.

Come nella realtà.

Un respiro.

Uno solo.

— Vai — disse piano.

Non un ordine.

Un permesso.

La lastra diventò opaca.

Poi nulla.

Valli la sollevò.

Non c’era più nulla.

Né errore.

Né immagine.

Né prova.

La appoggiò.

Prese la seconda.

La coppia.

L’equilibrio fragile.

Il punto esatto in cui due esistenze si riconoscono.

La immerse.

Il liquido scivolò.

La figura rimasta sola si dissolse lentamente.

Non con violenza.

Con coerenza.

Come qualcosa che torna dove deve stare.

— Non sei mai stato mio — sussurrò.

La voce era stabile.

Più di quanto avrebbe creduto.

Una dopo l’altra.

Il venditore.

L’uomo con il cappello.

Le figure incomplete.

I vuoti già pronti.

Tutto.

Scompariva.

Non perché distrutto.

Perché restituito.

La stanza sembrava respirare.

Le pareti meno strette.

L’aria più leggera.

Restava una lastra.

L’ultima.

La prese.

Non la guardò subito.

La tenne tra le dita.

Sentì il peso.

Diverso.

Più denso.

Alzò lentamente lo sguardo.

Lei.

Non sullo sfondo.

Non tra gli altri.

Davanti.

Vicino.

Troppo.

Gli occhi fissi nei suoi.

Lo stesso sguardo.

La stessa consapevolezza.

Non lo stava osservando.

Lo stava aspettando.

Valli inspirò.

Per la prima volta—

profondamente.

Non c’era tremore.

Non c’era fuga.

— Se smetto di trattenere… — disse — cosa resta?

Lei non rispose subito.

E per la prima volta—

sembrò umana.

Non fragile.

Ma—

vicina.

— Ciò che non hai mai posseduto — disse piano.

Una pausa.

— Ma che non hai mai perso.

Il cuore si mosse.

Non veloce.

Giusto.

Valli guardò la lastra ancora una volta.

Non cercò più lei.

Cercò sé stesso.

E lo vide.

Non riflesso.

Non rappresentato.

Presente.

Nel gesto.

Nella scelta.

Abbassò la mano.

Immerse la lastra.

Il liquido la avvolse.

Il volto della donna non si dissolse subito.

Restò.

Più a lungo.

Come se volesse verificare.

Come se volesse essere certa.

Valli non distolse lo sguardo.

— Vai — disse.

Ancora.

Ma questa volta—

non era per lei.

Il volto si fece più leggero.

I contorni meno netti.

Poi—

scomparve.

Il liquido si calmò.

La superficie tornò liscia.

Valli sollevò la lastra.

Vuota.

Appoggiò tutto.

Si raddrizzò.

La stanza era la stessa.

E non lo era più.

L’aria entrava nei polmoni senza ostacoli.

Il petto non opponeva resistenza.

Si avvicinò alla finestra.

La aprì.

L’aria della notte entrò.

Fresca.

Reale.

Kyoto respirava.

Questa volta—

anche lui.

Dietro di lui—

nulla.

Nessuna presenza.

Nessun riflesso.

Nessun sorriso.

Solo spazio.

E per la prima volta—

non era vuoto.

Era libero.

Ciò che non viene trattenuto

Il mattino arrivò senza chiedere permesso.

Non entrò nella stanza.

Si limitò a esistere fuori.

La luce filtrava dalla carta della finestra, opaca, diffusa.

Non cercava di illuminare.

Si limitava a esserci.

Alessandro Valli era seduto.

Non da poco.

Non da molto.

Il tempo aveva smesso di avere contorni netti.

Le mani appoggiate sulle ginocchia.

Il respiro regolare.

Lo sguardo fermo.

Non su qualcosa.

Dentro qualcosa.

La stanza non aveva più odore di chimici.

Solo legno.

Carta.

Aria.

Le lastre erano ancora sul tavolo.

Allineate.

Vuote.

Non cancellate.

Liberate.

Valli si alzò.

Il movimento fu semplice.

Senza esitazione.

Si avvicinò.

Ne prese una.

La sollevò verso la luce.

Trasparente.

Nessuna traccia.

Nessuna figura nascosta.

Nessun errore.

Nessuna presenza.

Eppure—

non sembrava mancare nulla.

La posò.

Aprì la porta.

Questa volta senza fretta.

La strada era già viva.

Passi.

Voci.

Vento leggero.

Kyoto non si era fermata.

Non aveva aspettato.

Non aveva bisogno di lui.

Valli scese i gradini.

Il legno sotto i piedi rispose.

Suono pieno.

Reale.

Ogni passo lasciava traccia.

Non visibile.

Ma presente.

Si fermò un istante.

Guardò il viale dei ciliegi.

I petali cadevano ancora.

Non come prima.

Non come dopo.

Solo—

cadevano.

Un bambino passò correndo.

Rallentò.

Non perché lo riconoscesse.

Perché esisteva.

Si fermò davanti a una donna.

Le porse qualcosa.

Un dolce.

Lei sorrise.

Accettò.

Il gesto si compì.

Intero.

Valli osservò.

Senza cercare.

Senza trattenere.

Un uomo con il cappello rideva poco più in là.

Il suono arrivò completo.

Non si spezzò.

Non si dissolse.

Restò.

Valli inspirò.

Il petto si espanse.

Senza resistenza.

Senza paura.

Senza bisogno di fermare quel momento.

Il vento mosse i rami.

I petali si sollevarono.

Poi ricaddero.

Nessuno cercava di fermarli.

Nessuno cercava di conservarli.

Eppure—

erano.

Valli fece un passo avanti.

Poi un altro.

Non per inseguire.

Per attraversare.

Il mondo non cambiò.

Non si aprì.

Non rivelò altro.

Restò ciò che era sempre stato.

Solo—

senza il peso.

Si fermò accanto al canale.

Guardò l’acqua.

Scorreva.

Non tratteneva nulla.

Non restituiva nulla.

Eppure—

portava tutto.

Valli si chinò appena.

Non per cercare un riflesso.

Per vedere.

La superficie tremò leggermente.

Il suo volto apparve.

Non distorto.

Non instabile.

Presente.

Per un istante—

breve, netto—

pensò di vedere qualcosa dietro di lui.

Un movimento.

Chiaro.

Leggero.

Come un ricordo che non chiede più di restare.

Non si voltò.

Non serviva.

Il riflesso si stabilizzò.

Solo lui.

Solo acqua.

Solo luce.

Valli si raddrizzò.

Restò fermo.

Il mondo continuava.

E per la prima volta—

non aveva bisogno di trattenerlo.

Non aveva bisogno di capirlo.

Non aveva bisogno di salvarlo.

Fece un passo.

E lasciò che accadesse.

Ciò che resta

Kyoto non ricordava.

Non come fanno le persone.

Non conservava nomi.

Non tratteneva volti.

Non custodiva storie.

Eppure—

nulla andava perduto.

Le stagioni passavano.

I ciliegi fiorivano.

Si svuotavano.

Rimanevano.

Il viale continuava a esistere nello stesso punto.

Non identico.

Non diverso.

Semplicemente—

presente.

Qualcuno, anni dopo, si fermò lungo il canale.

Un uomo.

Non più giovane.

Non ancora vecchio.

Aveva con sé una macchina fotografica.

Non la usava.

La teneva.

Come si tiene qualcosa che non serve più a trattenere.

Guardava.

Non cercava immagini.

Non cercava prove.

Osservava ciò che accadeva.

Un bambino correva.

Una donna rideva.

Un uomo si chinava per raccogliere qualcosa caduto.

Gesti semplici.

Interi.

Il vento si alzò.

I petali si sollevarono.

Per un istante—

l’aria si riempì.

Non di bellezza.

Di presenza.

L’uomo chiuse gli occhi.

Non per ricordare.

Per restare.

Quando li riaprì—

non cercò nulla.

Non aspettò nulla.

Non trattenne nulla.

Portò la macchina fotografica all’altezza del petto.

Si fermò.

Poi—

la abbassò.

Un sorriso breve.

Quasi impercettibile.

Non mancava niente.

Non c’era niente da salvare.

Alle sue spalle, per un istante—

qualcosa si mosse.

Leggero.

Bianco.

Come una forma che non ha più bisogno di essere vista.

Non un’ombra.

Non una presenza.

Un passaggio.

Il vento cambiò direzione.

I petali caddero.

L’aria si svuotò.

Il momento si compì.

Senza essere fermato.

Senza essere perso.

L’uomo si voltò.

Non verso qualcosa.

Verso il cammino.

Fece un passo.

Poi un altro.

E mentre si allontanava—

Kyoto continuava.

Come sempre.

Senza trattenere.

Senza dimenticare.

E per questo—

senza perdere nulla.

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